Corpi in cronaca

01/01/1994 - Viviana Bussadori

C'è una specie di luogo comune che recita pressappoco così: "Le cattive notizie sono buone notizie". Quindi la notizia di una persona disabile, segregata per anni in un pollaio è proprio ciò che ci vuole per il giornalista a caccia di nuove emozioni; non per sé, si intende, ma per l'amato/odiato lettore, sempre più distratto, sempre più sommerso di messaggi quindi, sempre più sulla difensiva. Ma è sempre così? È sempre vero che quando si tratta di categorie deboli la regola è il sensazionalismo?

Il disabile rifiutato, violentato, nascosto; oppure il disabile eccezionale, laureato, sposato, persino con figli. Quante inesattezze, quante letture parziali. Sono quelle che spesso traspaiono dalle pagine dei giornali, è vero, ma è altrettanto vero che è troppo facile additare i giornalisti come unici responsabili di queste deformazioni. Si rischia di cadere in un altro luogo comune.
Come fruitori di informazioni infatti commettiamo un errore quando facciamo coincidere la notizia di un evento con l'evento stesso. Se da un lato i fatti di cui non abbiamo esperienza diretta esistono solo nel momento in cui ce ne viene data notizia, dall'altro lato non possiamo dimenticare che di quel fatto abbiamo, attraverso i mass media, solo una comunicazione, una rappresentazione.

Alla ricerca del senso comune

Ed eccoci già calati nel senso dell'indagine condotta presso il Centro Documentazione Handicap dell'Aias di Bologna. Due i punti fermi da cui è partito questo lavoro: il primo, il presupposto fondamentale, è che anche la carta stampata contribuisce a creare l'immagine della disabilità che ogni persona possiede e che la "forza" di questa costruzione è maggiore quando non esistono occasioni di conoscenza diretta. Avere a che fare con una persona disabile, per lavoro, per amicizia, o per semplice vicinanza fisica, consente infatti il più delle volte di abbandonare tutta una serie di stereotipi che caratterizzano senza dubbio la nostra cultura. Stereotipi e luoghi comuni che ovviamente anche i mass media assorbono e rilanciano, in un gioco di conferme reciproche che finisce per radicare sempre più le opinioni. A questo poi occorre aggiungere anche la funzionalità che certe immagini hanno nella dinamica di esasperazione dei toni che caratterizza spesso i mass media. Fare audience o aumentare il numero dei lettori significa attirare a sé gli investimenti pubblicitari, significa quindi avere più denaro da investire sul potenziale umano e tecnologico della redazione per potere così essere più competitivi e accrescere l'audience o il numero dei lettori. E così via, in una spirale perversa in cui l'operatore dell'informazione deve andare a caccia dello scoop, del caso eccezionale, emblematico, quello insomma in grado di scuotere le coscienze sempre più assopite del consumatore; e i più deboli a farne le spese.
Alla luce di questi fatti dunque, quale immagine della persona disabile può strutturarsi nell'opinione del "cittadino della strada"? Da cosa può essere caratterizzato, rispetto a questa particolare categoria del disagio sociale (l'handicap è il disagio sociale), l'inafferrabile eppure temibilissimo senso comune? Ecco dunque che ogni singolo item su cui si è imperniata questa ricerca si configura come una lente attraverso cui guardare, o cercare di inferire, le ricadute che nel tempo le immagini proposte dalla stampa possono avere sull'opinione delle persone. Questo naturalmente non può che essere fatto in via ipotetica e con tutti i limiti che comporta il confrontarsi con la soggettività umana.

La struttura dell'indagine

L'obiettivo concreto della ricerca è quello di verificare quanto e come si parla di diversità, partendo da una base di dati piuttosto ampia ed applicando ad essi un criterio di analisi il più scientifico possibile.
II fatto poi che l'indagine si sia sviluppata all'interno del Centro di Documentazione sull'Handicap dell'Aias di Bologna, spiega la scelta della stampa quotidiana e della disabilità quali ambiti di ricerca. Il Centro infatti dispone tra l'altro di un archivio degli articoli pubblicati dal 1983 in poi su una quarantina tra quotidiani e settimanali.
Quali coordinate temporali sono stati prescelti quattro mesi (giugno, luglio, novembre e dicembre) e due anni, il 1990 ed il 1993. Le nove testate su cui si articola la ricerca sono invece state selezionate in base ad un criterio di eterogeneità rispetto alla collocazione territoriale ed ideologica: Avvenire, Gazzetta di Mantova, Gazzetta del Sud, Gazzettino, Piccolo, Stampa, Repubblica, Unità e Unione Sarda; quest'ultima, presente per il 1990 è stata sostituita per l'anno '93 con il Mattino.
La scelta di due anni tra loro relativamente distanti, il 1990 ed il 1993, risponde dal punto di vista metodologico all'esigenza di verificare se e quanto una serie di eventi abbiano potuto incidere sul rapporto tra l'handicap ed i mass media. Ci riferiamo ad esempio alla carta del doveri del giornalista, ai numerosi dibattiti, alle ricerche promosse dalla Comunità di Capodarco e dai giornalisti del Gruppo di Fiesole, alla legge quadro sull'handicap (L 104/ 91).
Gli articoli pubblicati dalle nove testate nel periodo individuato sono stati schedati secondo una griglia di analisi articolata in 31 item. La prima parte di questi è finalizzata a raccogliere dati di tipo quantitativo (numero totale degli articoli pubblicati e per singola testata, numero di colonne, argomenti trattati).
Altre voci (collocazione del pezzi nelle pagine locali o in quelle nazionali, taglio, settore, genere) si collocano a cavallo tra l'analisi quantitativa e qualitativa. La rilevanza data ai temi è infatti direttamente connessa con l'evidenza fisica all'interno del giornale e della pagina: certe notizie possono avere l'onore di una apertura, altre solo una ventina di righe in taglio basso.
"Categorizzazione" (singolo, gruppo informale o organizzato), "ruolo" (attivo o passivo), "area di significato" (malattia, disagio, riuscita ecc) sono invece item che conducono in modo più specifico all'interno dell'analisi qualitativa.
Un discorso a parte merita invece l'uso dei termini: una persona può essere definita sia disabile che handicappata ma le due parole non sono, contrariamente a quanto si crede, sinonimi. L'item "terminologia" è inoltre un'ottima spia per evidenziare di quali categorie (fisici, psichici, sensoriali) la stampa tende maggiormente ad occuparsi.

Sta davvero finendo la spirale del rumore?

Applicando alla marginalità le logiche generali dell'informazione, quella odierna, così impregnata di mercato, non si può ovviamente evitare di produrre reazioni. Qualche volta si è trattato di polemiche tanto feroci quanto sterili, anch'esse improntate al "chi urla di più"'; qualche altra volta si è trattato invece di un vero e proprio confronto, di un dialogo teso a trovare assieme, operatori dell'informazione e operatori del sociale, nuove strade. I dibattiti, le carte deontologiche, sono solo la superficie sotto cui si muove una crescente attenzione, una sensibilità nuova. C'è poi anche l'impressione che un certo modo di fare giornalismo si stia esaurendo da sé; la spirale del rumore deve necessariamente avere un limite oltre il quale l'informazione azzera se stessa non essendo più credibile in quanto tale. È probabile allora che il mondo giornalistico intraveda nel cambiamento non solo una doverosa forma di rispetto ma anche una necessità.
Si arriva così al secondo punto di questa ricerca, l'ipotesi da verificare: alla luce del dibattito, della presa di coscienza da parte di molti di quanto l'informazione fosse strumentalizzante e talvolta pericolosa, si sono verificati dei cambiamenti? Due anni di distanza sono stati sufficienti per modificare qualcosa nel modo di fare informazione sulla disabilità?

I numeri

L'aspetto quantitativo evoca immediatamente una associazione: "fare notizia". Il personaggio importante quasi sempre fa notizia, di qualunque fatto si renda protagonista, perché "interessa alla gente" e perché è interesse dei giornali dedicargli degli spazi. Il personaggio importante fa notizia "per se"'. Il disabile no. Ci deve essere sempre un qualcosa in più in lui o nelle cose che fa per diventare visibile. Ma questo è normale. Così la relativa sottorappresentazione dell'handicap evidenziata dalla ricerca (612 articoli complessivamente pubblicati, 303 nel 1990 e 309 nel 1993) assume i contorni di un fatto secondario.
Rispetto al dato quantitativo poi i comportamenti delle testate si sono dimostrati molto variegati; c'è chi parla poco di disabilità (la Stampa ad esempio con 41 articoli censiti in due anni) e chi invece ne parla molto (Il Gazzettino con 138 pezzi, sempre in due anni). Poi c'è chi ne parla soprattutto in cronaca locale: l'ambito territoriale, la vicinanza delle persone ai fatti è sicuramente un elemento importante per sensibilizzare, per fare sentire più prossime e meno eccezionali certe realtà. Ma la vocazione localistica di alcuni quotidiani, e la possibilità di fare un lavoro capillare, non si è sempre rivelata sinonimo di attenzione nei confronti di questi temi.
Allo stesso modo la quantità degli interventi non è una garanzia di qualità; ribaltando i termini si può osservare come ad esempio la Stampa, pur occupandosi poco di questi temi, lo faccia poi in modo molto equilibrato e corretto dal punto di vista del contenuti. Qualcun altro invece (Il Gazzettino è il caso più evidente) pubblica una grande quantità di articoli su un evento e non si preoccupa mai di andare a guardare dietro alla facciata delle cose: i problemi, le persone, il significato di quello che viene fatto. Allora, si potrebbe dire, il risultato non è pari allo sforzo (o meglio ancora allo spazio).

D'estate specialmente

Accade spesso che ci siano momenti in cui le notizie sono meno numerose, specialmente in prossimità delle vacanze, sia d'estate che d'inverno. Succede allora che anche temi "dimenticati" facciano comodo in questi frangenti perché comunque le pagine vanno riempite. I mesi prescelti per la rilevazione si avvicinano molto alla tipologia dei periodi di "calma", luglio e dicembre in modo particolare. Il risultato ottenuto sfata però il luogo comune iniziale; soprattutto perché tra un anno e l'altro non ci sono segni di costanza e luglio si rivela effettivamente il mese più prolifico del '90 ma anche quello meno prolifico del '93. Novembre è invece alla fine il mese in cui è stato pubblicato di più.
Insomma, almeno per quanto concerne lo spaccato fornito da questa ricerca, non è vero che l'handicap fa notizia quando non c'è niente di meglio e quando, soprattutto, le persone sono assorbite da preoccupazioni ben più grandi: le vacanze, appunto.
"Genere", "taglio", "settore", "immagini"; una serie di item a metà strada tra l'aspetto morfologico e quello connotativo in cui, in definitiva, ciò che conta maggiormente nel tempo è il livello più profondo. Chi legge il giornale non è ovviamente portato a cogliere gli aspetti strutturali ma questo non significa togliere loro importanza. Anzi, quanto più lavorano "all'insaputa" del lettore, tanto più è fondamentale vederli anche come vere e proprie sottolineature.
I termini "articolo" o "notizia breve" sono ovviamente molto generici e constatarne la quantità (rispettivamente il 48,7% ed il 25,2% di quanto pubblicato) non è di per sé molto illuminante. Tutto cambia se però lo si raffronta alle altre categorie, se insomma lo si guarda in negativo; "articolo" non è "inchiesta", non è "intervista", non è "scheda", non è "redazionale" (si tratta di categorie che hanno registrato percentuali pressoché irrisorie). Non è insomma tutto ciò che, almeno dal punto di vista teorico, implica un minimo di approfondimento.
A che serve versare del denaro a favore della ricerca sulla distrofia muscolare se poi non si sa nemmeno cos'è la distrofia muscolare? Se non si sa che cosa cambia nella vita delle persone che, all'improvviso, vedono completamente cambiata la loro vita? E che significato ha il gesto del "cittadino"? A cosa serve se poi davanti ad una carrozzina, quando va bene, non si sa che fare?
Forse anche i giornalisti qualche volta non sanno che differenza c'è tra cerebroleso ed epilettico, tra autistico e dislessico. il problema non è tanto sapersi destreggiare tra gli specialismi (per quelli ci sono le persone che lavorano già nel settore) quanto piuttosto riuscire a dare un'immagine più completa delle cose.
Così è importante ospitare le opinioni dei lettori (è uno del generi più utilizzati dalle testate), dare spazio alle loro idee, ma lo sarebbe anche utilizzare al meglio gli strumenti che il giornalista ha a disposizione per ampliare le conoscenze, anche quelle del disabile che scrive in redazione; il giornalista, proprio per la posizione che occupa, può infatti raccogliere informazioni e interpellare persone molto più di quanto il singolo possa fare. Il che non significa certo promuovere un'inchiesta ogni qualvolta si verifica un caso. Significa invece una maggiore precisione, quella ad esempio che viene riservata a tanti altri temi. Fare il paragone con lo sport, in questi giorni "mondiali", è davvero troppo facile.

L'immagine oscura

L'immagine dovrebbe avere la funzione di aggiungere significato al testo, di rafforzarlo, di amplificarne l'impatto emotivo; oppure dovrebbe servire da alleggerimento. Le foto censite per questa ricerca non sono poche anche in relazione al tipo di quotidiani esaminati; tutti prediligono infatti lo stile sobrio, fatto di titoli ma soprattutto di testo, secondo quella che è poi la tradizione del giornalismo italiano.
Dal punto di vista qualitativo si possono suddividere in due macro-categorie: le immagini di persone e quelle di situazioni. Nel primo il lavoro delle redazioni è caratterizzato da un buon grado di specificità, favorito dalla presenza di un soggetto identificabile e quindi facilmente fotografabile. I problemi emergono invece quando, anziché di una persona, occorrerebbe la foto di un ambiente, di un contesto di vita: allora le immagini diventano generiche, talvolta ripetitive, inefficaci. Quante volte la stessa foto, il disabile di spalle, la carrozzina, vengono utilizzate per documentare fatti molto diversi tra loro? Anche questo concorre a rafforzare gli stereotipi, la percezione dell'handicappato come essere solitario, lontano, imperscrutabile. Il suo mondo è là, ben distinto dal nostro. È fatto di carrozzine, oscure pratiche riabilitative, silenzi. Poco viene fatto per farci avvicinare; le immagini di Marcello Manunza (il ventiseienne di Chiavari uscito dopo tre anni dal coma e la cui vicenda ha avuto un'attenzione grandissima da parte di tutti i quotidiani), esanime, circondato, difeso e quindi anche isolato dalle braccia della madre o dal cordone di volontari che lo assistono è uno degli esempi più forti di questa tendenza.

Oggetto, soggetto o protagonista?

La storia di una notizia è in realtà un gioco a tre: c'è chi la elabora, chi la fruisce, chi ne è (o ne dovrebbe essere) il protagonista. Tra due di questi tre poli si instaura però una dinamica circolare: il giornalista confeziona la notizia per il quotidiano, il telegiornale o il radiogiornale e nel fare questo, oltre che da altri fattori tipici del lavoro di redazione, è condizionato dalla consapevolezza che quella notizia è anche un prodotto "da vendere". Dal fatto si passa cosi a una notizia elaborata secondo criteri che per il giornalista corrispondono ai desideri del lettore. Anche se si tratta di una semplice presunzione, basata sul "fiuto" o su valutazioni professionali, questo meccanismo pone il destinatario in una posizione di forza; egli è l'acquirente che ha diritto alla merce dell'informazione. Elemento debole del "gioco" rischia così di essere il soggetto delle notizie: questo è particolarmente evidente quando si tratta di una persona appartenente alle categorie marginali, una persona cioè incapace di autotutelarsi rispetto all'uso (o abuso) che il meccanismo dell'informazione può fare della sua vicenda.

Imparare a comunicare

I numerosi dibattiti sul rapporto tra mass media e marginalità hanno, fra le altre cose, anche il pregio di far confrontare la "base" con il mondo dell'informazione su piani che non siano solo lo scontro diretto. Servono insomma a scardinare quella metà del meccanismo che ha visto il perdurare di due nicchie: quella dell'informazione da una parte e quella del sociale dall'altra. E in questo il privato sociale, e ancora più il mondo dei servizi, hanno avuto la loro fetta di responsabilità; hanno coltivato la cultura del "fare" e tralasciato quella del "dire" per poi accorgersi, spesso in ritardo, i tempi erano cambiati. L'informazione non è uno specifico ma qualcosa che attraversa in modo trasversale tutta la società; non è il sapere di pochi ma la risorsa, la ricchezza implicita in ogni cosa; oggi non basta fare, occorre anche far sapere. Nel frattempo però il mondo dell'informazione si è appropriato di certi temi e lo ha fatto utilizzando categorie inadeguate. I giornalisti erano e in buona parte continuano ad essere impreparati ad affrontare il disagio e, al tempo stesso, quel disagio ben si presta alle logiche del sensazionalismo, della spettacolarizzazione o dei buoni sentimenti.
Il confronto, e forse un po' di autocritica, hanno portato il privato sociale ad organizzarsi anche dal punto di vista comunicativo, a curare la propria immagine, a saper dare alle proprie iniziative la veste di eventi o comunque di fatti in grado di interessare un più vasto numero di persone.
I risultati traspaiono solo in parte dai dati raccolti per questa ricerca: il privato sociale ad esempio si configura, soprattutto nella cronaca locale, come un interlocutore sicuro per le notizie; queste ultime poi scaturiscono sempre più di frequente da iniziative o da dichiarazioni (quasi sempre in chiave critica), fatto questo che, se opportunamente valorizzato, può effettivamente portare ad approfondimenti e dibattiti. L'essenziale ancora una volta è che le cose non si fermino alla sfuriata del disabile, dell'associazione o, perché no, dell'amministratore; il rischio infatti è che i problemi vengano perennemente percepiti come distanti, senza attinenza con la propria vita e che la disabilità venga alla fine associata alla difficoltà, all'esclusione, all'ingiustizia.

Così vicini, così lontani

Non è casuale allora che, alla fine, la maggior parte degli articoli esaminati ci rimandi del disabile l'immagine di una persona appartenente ad un gruppo indifferenziato, ovvero, quell'"altro", quel "lontano" da noi, che non ci obbliga a metterci in gioco.
La stessa indefinitezza che si ritrova nell'uso delle parole. Il disabile rimane ragazzo per sempre (il termine "ragazzo" è il più utilizzato dal giornalisti) e quindi difficilmente potrà condurre una vita "normale", avere un lavoro, sposarsi, fare dei figli, andare in vacanza in albergo anziché in colonia. Anche questo è un luogo comune assai più diffuso di quanto si possa credere.
Si tratta infatti di una abitudine diffusa anche tra coloro che lavorano nel settore educativo e che in teoria non dovrebbero cadere nel "tranello"; eppure sono all'ordine del giorno espressioni del tipo "i ragazzi del centro diurno" in riferimento ad adulti magari di 30-40 anni. Lo stesso meccanismo caratterizza talvolta il comportamento dei genitori che sono i primi a non volere i propri figli crescano; finché saranno ragazzi avranno bisogno di cure e loro potranno così espiare fino in fondo la "colpa" di un figlio diverso.
Così va a finire che l'handicappato è ragazzo, giovane o bambino e solo di rado uomo o donna, cittadino (parola che evoca immediatamente diritti e responsabilità), persona.
Anche questo ovviamente finisce per avere un peso così come ce l'ha un'altra forma di indefinitezza: quella rispetto ad un ruolo il più delle volte non esiste. Il disabile rimane sullo sfondo, relegato ad un ruolo di comparsa, di personaggio trasparente sulla cui esistenza, proprio come in famiglia, sono altri ad intervenire.

Handicap e tangenti. L'ombra della crisi

I risultati ottenuti relativamente agli argomenti più trattati hanno evidenziato soprattutto due cose: il differente orientamento dei singoli quotidiani e il legame di fondo tra i temi dell'handicap e quelli più generali del paese.
Rispetto alla prima i dati hanno evidenziato ad esempio una forte attenzione delle testate a vocazione locale soprattutto per il mondo dell'associazionismo e per i servizi; non è un caso quindi che il privato sociale e le istituzioni (Comuni, Unità Sanitarie Locali, Regioni) siano la fonte preponderante delle notizie proprio in cronaca locale. Si potrebbe trattare di un elemento importante per coinvolgere la cittadinanza attorno a temi come l'assistenza, il lavoro educativo, il problema del "dopo di noi". L'impressione però è che l'estrema superficialità con cui si parla di iniziative e problemi non favorisca in realtà un avvicinamento delle persone ad un mondo le cui caratteristiche appaiono molto slegate dal vivere comune.
Altre testate, essenzialmente la Stampa e l'Unità hanno evidenziato invece uno spiccato interesse per gli aspetti scientifici mentre L'Avvenire, coerentemente con la sua impostazione ideologica, ha privilegiato i temi tra spiritualismo e affettività.
Il secondo aspetto, quello che situa i temi legati alla disabilità alle logiche, alle mode, ai problemi più sentiti del paese è sicuramente un fattore positivo, che avvicina, sotto questo profilo, l'handicap alle cose di tutti i giorni. Peccato però che lo faccia, almeno rispetto ai dati di questa indagine, per eventi non certo qualificanti. Gli scandali scoppiati in alcune sezioni siciliane dell'Aias, la vicenda del falsi invalidi, rientrano a pieno titolo nel filone tangentopoli e rispecchiano l'italianissimo malaffare che tutti ben conoscono. Anche qui è giusto e corretto dare notizia di quanto accade ma occorrerebbe fare più attenzione, tanto per cambiare, alla complessità delle cose: la persona che finge di essere invalida per prendere la pensione di invalidità e magari fare anche del lavoro nero è sicuramente condannabile, ma non bisogna dimenticare che dietro ad ogni falso invalido c'è una commissione composta da almeno 4 persone che quella invalidità l'ha riconosciuta. Alcune testate non hanno ovviamente mancato di sottolineare questo aspetto ma altre non l'hanno fatto; il rischio insomma è quello di fornire dei fatti solo la versione più sensazionalistica (fa un certo effetto un cieco che guida un'ambulanza!) coinvolgendo solo le categorie meno protette e contribuendo così a rafforzare stereotipi del tipo "gli invalidi sono tutti ladri", "i meridionali non hanno voglia di lavorare e quindi si fanno passare per handicappati".
Messi da parte gli scandali c'è poi la crisi economica. Il voler risparmiare sulle pensioni di invalidità ne è un segnale a cui se ne accodano tanti altri, tutti visibili in trasparenza dietro ai temi e al cambiamenti che questi hanno subito a due anni di distanza. Di lavoro e formazione professionale per i disabili se ne è parlato sempre poco ma il tema ha il tracollo nel '93; solo 5 articoli, 2 del quali dedicati ad iniziative del privato sociale che si spreme alla ricerca di soluzioni; il lavoro non c'è per i "sani", figuriamoci per i disabili.
Mancano i soldi e si guarda al concreto: si parla di più di assistenza (lo smantellamento dello stato sociale incombe ma per ora la politica è quella di salvare il salvabile) e crollano le bandiere degli anni '80; l'autonomia è un lusso ed i temi ad essa legati non a caso si dimezzano. Abbattere le barriere architettoniche non è più di moda nemmeno per le amministrazioni, adesso "conta" la società civile, il volontariato, la solidarietà.

L'importanza degli "sfondi"

Osservando i risultati dell'item "tono", quello finalizzato a rilevare quindi il modo con cui i giornalisti affrontano i singoli articoli, sembra che quasi nulla si sia modificato. Rimane, per fortuna, una predominanza di articoli scritti con un approccio informativo (51,3%) e quelli di denuncia, malgrado gli scandali e i problemi del 1993, rimangono pressoché sullo stesso livello (23,4% il dato complessivo). Diminuiscono addirittura i toni pietistici (dal 7,6% del '90 al 4,5% del '93) ma aumentano un po' quelli che puntano sulla sensazione (dal 10,6% al 18,4%). Ma niente di eccezionale.
La Carta dei Doveri del giornalista contiene un articolo che si intitola "Diritti della persona"; tali diritti consistono nel non vedere pubblicati i propri dati anagrafici in maniera gratuita, quando cioè non servono all'informazione ma solo al colore.
II dato positivo nel modo di dare le notizie è che, a dispetto dei casi sensazionali che comunque si sono verificati, si è registrato un sostanziale rispetto del diritto alla privacy delle persone coinvolte negli eventi; non sono moltissimi infatti gli articoli in cui sono stati forniti i dati anagrafici dei disabili ma ciò che più conta è che quando è stato fatto non si trattava di situazioni negative, tipo violenze sessuali, fisiche o morali, subite o inflitte.
Ciò che invece si coglie come sfondo complessivo in cui gravita il tema handicap è quello della problematicità; anche in questo caso comunque non si può affermare che i quotidiani non rispecchino la realtà. Essere disabili in una società che persegue i valori dell'efficienza e dell'esteriorità non è sicuramente un vantaggio ma, appunto, un handicap.
L'essenziale in ogni caso sarebbe discostarsi una volta per tutte da quell'alone di malattia, di sofferenza e quindi di istintivo allontanamento, che caratterizza troppo spesso la percezione della disabilità da parte delle persone al di fuori da questo ambito. Questo non vuole dire dipingere la disabilità come qualcosa di "bello" (cercare di rendere l'handicappato gradevole a tutti i costi è rischioso e ingiusto quanto renderlo sgradevole) ma sicuramente cercare di attribuire a questa condizione solo le sue effettive caratteristiche, positive o negative esse siano. I mass media in questa direzione possono dare un contributo fondamentale facendo attenzione certamente a quanto e cosa dicono ma soprattutto al come lo dicono. Nel tempo, a parte i casi eclatanti, forti emotivamente, nel ricordo delle persone non rimangono tanto i fatti ed i concetti quanto piuttosto le impressioni, il contorno delle cose. L'associazione prolungata della disabilità a valori deformati rispetto alla realtà non può insomma che generare e moltiplicare visioni distorte.

Brividi in diretta

Da quando i mass media, la tv in testa, hanno scoperto che le storie al limite (della sofferenza, della violenza, della disgrazia e, perché no, anche della pietà)
fanno audience, o lettori, è nata la moda. Quella che andando a pescare nel torbido delle paure, delle curiosità morbose, del desiderio di emozioni senza rischi, del bisogno di commozione ha poi decretato la nascita di trasmissioni come le già citate "Telefono Giallo", "I fatti vostri", "Ultimo minuto" "Chi l'ha visto", o di approcci come quello incalzante, da scoop mozzafiato, di Giovanni Minoli o ancora dell'informazione all'americana, stile morte in diretta (la tragedia di Alfredo Rampi nel pozzo di Vernicino, il buco in diretta di Claudio trasmesso da Canale 5 nel corso di uno "Speciale News" abbinato al film "Fuga di mezzanotte"). E ancora la trasmissione dei processi a Pacciani, a Bobbit, a Hammer.
Storie, uomini e donne di spalle, che si raccontano, che esibiscono il dolore, giornalisti a caccia della dichiarazione della madre a cui hanno appena ammazzato il figlio, del particolare scabroso, del brivido.
Oggi, o al massimo ieri, qualcuno si è accorto che le regole vanno cambiate, che la curva disegnata dal dolore non è un'iperbole bensì una parabola, che è ora di scendere. Qualcuno si è accorto che il sociale può generare prodotto giornalistici senza passare per forza attraverso lo spettacolo. Che, a guardarci bene, il mondo dell'associazionismo e del volontariato sono molto più ricchi di quanto sembrasse.
Così i più sensibili di una parte ed i più "abili" dell'altra hanno iniziato ad interagire, a collaborare. Il "Coraggio di Vivere" ad esempio per tutto il '93 si è appoggiato a gruppi di volontariato e associazioni che, in tutta Italia, si occupano dei vari aspetti della marginalità sociale. Esperimenti come questo, che fra l'altro proseguirà anche nel '94, sono una delle strade da percorrere per cambiare il modo di fare informazione sul sociale, per fornire, finalmente, quadri più completi ed equilibrati, per scavare maggiormente (ritmi e formati permettendo), per far sentire al cittadino un po' inconsapevole la vera voce di "chi non ha voce".

Eroi per caso

Ci sono però anche un paio di rischi nascosti nelle pieghe del nuovo. Il primo è che anche nelle redazioni si crei una nicchia, quella del sociale appunto, o, come è già stata definita, degli "addetti ai disgraziati"; di quelli cioè che per missione o punizione seguono ogni giorno fatti e misfatti della marginalità in una sorta di routine necessaria. Il secondo è quello più grave ed è quello che porta alla nascita di una nuova categoria, quella degli esperti con un piede nel sociale (da cui provengono) e uno nell'informazione (da cui sono ammaliati); se collaborazione ci deve essere è normale che qualcuno si metta in questa posizione intermedia ma il pericolo, già visibile, è che si formi un'altra casta, ristretta, che nel giro di qualche tempo ri-immobilizzi le cose. Che anche costoro si trasformino soprattutto in divi televisivo-giornalistici, con annessi caratteristici comportamenti, e che si deleghi a pochi la gestione del far sapere in un ambito complesso e mutevole come il disagio sociale.
Che insomma dalla stagione degli anti-eroi si passi a quella degli "eroi per caso" evitando di passare per l'altra strada in grado di cambiare il modo di fare informazione ovvero, la formazione dei giornalisti. È su questo che occorre puntare per dare continuità e consistenza ai piccoli ma significativi segnali di cambiamento perché, da fatto ancora troppo estemporaneo e "di moda", l'attenzione al sociale ed il rispetto dei più deboli divenga un fatto di cultura, giornalistica e, magari, della società intera.
La sfida non è di poco conto adesso che si fanno più chiari gli scenari con cui tutti dovremo confrontarci: lo stato sociale sta per lasciare il posto ad altri modelli. Welfare market, welfare mix o welfare society? Oggi è azzardato fare previsioni su quale sistema verrà ad imporsi ma quel che è certo è che ogni cittadino sarà chiamato ad una maggiore responsabilità rispetto alla sicurezza sociale. Che è di tutti e non solo dei più deboli.

Pubblicato su HP:
1994/33