Comunità virtuali

01/01/2002 - Valeria Alpi

Era il 1996 quando un mio caro amico mi fece provare per la prima volta “la ragnatela più grande del mondo”, vale a dire il world wide web, il sistema internet. L’esaltazione per la nuova tecnologia fu immediata, inoltre mi sentivo come un pioniere, dato che le connessioni private ad internet erano ancora molto poche in quegli anni in Italia. Da allora cominciai ad esplorare la Rete in tutte le sue componenti e sfaccettature, mi laureai con una tesi sulla cultura del digitale e poco dopo iniziai a fare la giornalista proprio sul web. Ho visto internet crescere ed espandersi a velocità impressionanti, tanto che sembra regnante oggi un fortunato slogan che recita «chi non c’è, non ci sarà». Come dire che il futuro passa per le autostrade elettroniche e chi non sarà in qualche modo connesso alla Rete globale non avrà accesso agli scambi sociali. Questa evoluzione non è di poco conto e, senza schierarci dalla parte degli apologeti o dei detrattori di internet, è necessario riflettere su alcuni aspetti. La Rete ha sempre cercato di manifestarsi come un grande contenitore e distributore di libertà, dove la democrazia sembra a portata di clic per chiunque e dove tutti possono essere fruitori e/o fornitori di informazioni; una grande comunità che accoglie in modo apparentemente politically correct. Ma è davvero così? Oppure, se è così, quali rischi ci sono? C’è qualcosa che rimane escluso dalla comunità virtuale? E se sì, che cosa?

“(Mi) connetto”, dunque sono

Ai primordi dell’era dei computer una stringa di bit rappresentava generalmente informazioni di tipo numerico. Il bit era la binary digit, la cifra binaria che stava alla base del linguaggio macchinico. Ma negli ultimi venticinque anni sono stati inclusi nel vocabolario binario molto più che semplici numeri. E la digitalizzazione non riguarda più solo l’informatica, ma sta diventando un modo di vivere. Il bit è un modo di essere – profetizza Negroponte, il guru della Rivoluzione Digitale. Da un punto di vista empirico, molti aspetti di ciò che fa parte della cosiddetta cultura sono già stati digitalizzati: nella Rete si trovano intere opere letterarie; quadri famosi di pittori non più in vita e opere d’arte contemporanee di artisti viventi; filmati e video; suoni e concerti; visite virtuali a città, musei, monumenti; possibilità di leggere quotidiani e periodici di tutte le nazioni; accesso a interi archivi bibliotecari; idee, commenti, opinioni personali, storie di vita; corsi e lezioni; boutiques virtuali; commercio elettronico; agenzie di viaggi; servizi meteorologici; mappe stradali, cartine geografiche; dizionari multilingue, dizionari enciclopedici; leggi e codici civili; ricette di cucina da tutto il mondo; concorsi; giochi, divertimenti, gossip, scherzi; medicina, salute, malattia; immersioni subacquee simulate; cimiteri virtuali; messaggi, chiacchiere in tempo reale e newsgroup in differita su ogni tipo di argomento; comunità virtuali; fotografie; oroscopo, astrologia, astronomia; sfilate di moda; sessualità e sesso; farmacie; banche e finanza; religione; politica; archeologia; reti civiche; università; servizi postali e francobolli elettronici; web cam; lavoro e telelavoro; ricordi; fanclub; associazioni di volontariato; terzo settore; videoconferenze; firme
digitali; sport; e così via.
Ciò significa che il cosiddetto ciberspazio non è un luogo completamente inventato, di fantasia, senza riferimenti alla realtà concreta. Il ciberspazio è, piuttosto, il luogo in cui le cose materiali, che nella realtà sono costituite da atomi, vengono dematerializzate e trasformate in bit. Questa trasformazione consente anche di superare tutti quei vincoli – appunto materiali – che fanno parte del nostro quotidiano essere nel mondo. Tempo, spazio e corpo, le classiche e tradizionali categorie che hanno rappresentato da sempre il nostro orientamento nel mondo, non sono più valide nel ciberspazio. La “socialità” digitale è caratterizzata da un’insolita velocità che fa subire allo spazio e al tempo inusuali contrazioni e dilatazioni: lo spazio viene dilatato, e il tempo contratto. Ma il punto significativo, a mio parere, è che ciò che esperiamo non si rapporta più alla scala dimensionale del corpo umano: mente e corpo vengono necessariamente separati. La presenza fisica dei partecipanti a un qualsiasi aspetto della Rete viene messa tra parentesi, omessa o simulata. In un certo senso, è vero, questo ci libera dai vincoli imposti dalla nostra identità fisica. Nella rete siamo più uguali, poiché possiamo ignorare o creare il corpo che appare nel ciberspazio. Ma in un altro senso la qualità dell’incontro umano si restringe. Il corpo secondario o controfigura rivela di noi stessi solo quello che mentalmente vogliamo rivelare. Il contatto corporeo diventa opzionale; non si è costretti a trovarsi faccia a faccia con altri membri della comunità virtuale. Si può vivere la propria esistenza separata senza mai incontrare fisicamente un’altra persona.
Si valicano così i propri limiti, per sentirsi liberi, amplificati, multipli, sperimentali; per esplorare mondi impossibili, o possibili altrimenti, altri spazi dopo lo spazio, altri tempi oltre quello lineare, altre velocità. Gli internauti diventano tanti flâneurs, i passeggiatori metropolitani di cui ci hanno raccontato C. Baudelaire e W. Benjamin, solo che stavolta la città è telematica e digitale, ed essi sono liberi di navigare nello spazio virtuale come tanti nomadi psichici, di essere “uno, nessuno e centomila”, in un grande bricolage di se stessi. Strano Narciso, questo, non trovate? Non sogna più la sua immagine ideale, ma una formula di “riproduzione genetica” all’infinito: ritrovarsi ovunque, demoltiplicato.
C’è tutto un filone di pensiero, guidato dal francese P. Lévy, che considera invece la Rete come un nuovo spazio antropologico, in cui l’uomo e la sua mente e il suo sapere saranno i beni più preziosi e costituiranno una vera e propria “intelligenza collettiva” (o dovremmo dire coscienza connettiva?). Un nuovo spazio in cui si generalizzerà il “penso, dunque sono” in un “noi formiamo un’intelligenza collettiva, dunque esistiamo come comunità significativa”. Dal cogito al cogitamus. Analogamente, vi sono sempre più convinzioni che la comunicazione via web perde sì lo spessore materiale, ma il legame sociale permane, dando vita a reti di “vicinato telematico”, ad amicizie via modem. In definitiva, si pensa, è proprio entro i confini comunicativi resi altamente flessibili e aleatori dalle nuove tecnologie che le persone sfruttano le stesse per creare spazi comunitari condivisi e nuovi legami comunicativi. I legami supportati dalle forme elettroniche della comunicazione non sono in senso classico legami forti, così come quelli tradizionali di tipo familiare, di solidarietà primaria. In contrapposizione a questi, sono piuttosto legami deboli, in quanto fondati sull’istantaneità comunicativa ed un’aleatorietà che li caratterizza come effimeri, instabili, cangianti, contingenti al problema, allo spazio e al tempo. Eppure tale distinzione si stempera dinanzi alla paradossale forza dei legami deboli, che creano nuovi spazi sociali, forme di neo-tribalismo, di teleconvivialità.
Il ciberspazio, dunque, potrebbe diventare (se non lo è già) un luogo costitutivo di senso per l’individuo, la sua identità e personalità. Ma può uno scenario digitale, dove digitale – per definizione – vuol dire numero, quantità, leggerezza dal peso gravitazionale, dare un senso alla vita delle persone, vita che è materia, qualità, storia, sapere, pesantezza dei corpi? Il senso di comunità e di appartenenza sono, a mio parere, fortemente analogici e non digitali. Laddove per analogico intendo un forte legame con la materia e con i corpi. Nelle forme di comunità online si viene a perdere quella solidarietà inestricabile tra mente e corpo che fa essere un individuo un’entità specifica e unica, irripetibile e speciale. Nel caso, poi, in cui il corpo fosse quello di una persona disabile, che cosa succede?

La vita della rete non è la stessa cosa della rete della vita

Avete presente i disegni dell’artista olandese M. C. Escher, dove tutti gli oggetti raffigurati sono incastrati uno nell’altro e, anzi, è proprio l’uno che crea l’altro? Cioè i contorni di un oggetto determinano l’altro oggetto e viceversa? Questo vuol dire che un oggetto esiste perché esiste l’altro, e non potrebbe esistere senza. Lo stesso meccanismo si può applicare al rapporto corpo/mente. Secondo F. J. Varela, noto esperto di scienze cognitive, tendiamo a pensare che la mente sia nel cervello, nella testa, ma l’ambiente comprende anche il resto dell’organismo: comprende il fatto che il cervello sia intimamente connesso a tutta la muscolatura, all’apparato scheletrico, agli intestini, al sistema immunitario, agli equilibri ormonali e così via. Essa rende il tutto un’unità estremamente compatta. In altre parole, l’organismo, inteso come rete di elementi del tutto co-determinanti, fa in modo che le nostre menti siano letteralmente inscindibili non soltanto dall’ambiente esterno ma anche dal corpo nella sua interezza. La cognizione è sempre un’azione “incarnata”, perché dipende dal tipo di esperienza derivante dal possedere un corpo con diverse capacità senso-motorie.
Ora, è sicuramente vero che una mente che entra in internet si porta con sé tutta una serie di pensieri e di identità che derivano dall’aver vissuto fino a quel momento un’esperienza corporea di un certo tipo. Ma nel caso di una persona disabile, la faccenda mi pare più complessa. Perché per un disabile un corpo con uno o più deficit è un corpo ingombrante e non sempre facile da gestire (o da essere gestito). Frequento ormai da quattro anni un newsgroup di discussione sull’handicap (it.sociale.handicap) e mi è capitato molte volte di conversare a distanza con gravi disabili motori e con persone con deficit dell’udito, della vista, della parola. Tutti quanti, negli anni, si sono mostrati esaltati da internet. Questo mezzo, ma anche questo sistema in cui si entra, permette loro di valicare i limiti della propria fisicità: appositi software consentono ai non vedenti di navigare tra i siti web e di gestire le risorse di rete; chi non può sentire e parlare può invece, con la posta elettronica, digitalizzare tutti i suoi pensieri e comunicare col mondo nello stesso identico modo dei “normodotati”; i disabili motori possono essere dappertutto senza le materiali barriere architettoniche. Senza contare tutti quegli ausili che consentono l’uso del computer anche a chi ad esempio non può usare le braccia, o a chi non riesce a servirsi delle normali tastiere o mouse. Insomma, sembra proprio che la tecnologia sia diventata una vera paladina che cerca di migliorare la qualità della vita alle persone disabili. Si considerino, inoltre, tutti gli studi e gli accordi su come migliorare l’accessibilità al web anche per chi è disabile e ha bisogno di siti costruiti con accorgimenti particolari. Ben venga tutto questo, ben vengano i progressi tecnologici. Ho sempre sostenuto che l’uomo è faber, prima di essere sapiens, quindi la costruzione di strumenti tecnologici è insita nella sua natura, e come finora sono stati utili tutti gli altri strumenti, così pure è e sarà utile la tecnologia digitale. L’importante è che essa venga considerata sempre per quello che è, cioè appunto uno strumento, un mezzo.
C’è un rischio, però, che corre la società contemporanea: la tecnica è così aumentata quantitativamente, al punto da rendersi disponibile per la realizzazione di qualsiasi fine. Allora muta qualitativamente lo scenario: non è più il fine a condizionare la ricerca e l’acquisizione dei mezzi tecnici, ma sarà la cresciuta disponibilità dei mezzi tecnici a dispiegare il ventaglio di qualsivoglia fine che per loro tramite può essere raggiunto. Si ha così l’impressione di avere qualcosa di assoluto, nel senso etimologico del termine: solutus ab, sciolto da ogni legame, da ogni limite e condizionamento. La persona disabile può, in questo modo, “illudersi” che sia sufficiente una mente che funzioni per essere funzionali alla società. E’ questo anche forse alla base dello sviluppo del telelavoro, utile, certo, per alcuni aspetti, ma inutile a livello di integrazione sociale. Ad internet, e alla comunità online, sembra non importare se impieghi troppo tempo a muoverti, a salire le scale, se magari le scale non riesci neppure a farle, se non riesci a parlare, o parli molto lentamente e male al punto che è difficile comprenderti. Non importa se hai bisogno che qualcuno ti accompagni in bagno o che ti aiuti a mangiare. Non importa neppure se per digitare un messaggio sullo schermo impieghi un’ora perché non riesci ad usare le braccia, tanto alla fine il risultato è che il tuo messaggio appare completamente uguale agli altri. L’importante, nella logica di Rete, è che tu sia in grado di produrre bit di informazione, a qualsiasi livello. Così il corpo sta fuori e non ingombra; così la comunità virtuale può accettarti tranquillamente, tanto il tuo corpo non lo vede, non lo tocca e non lo deve portare in giro; così tu – disabile – ti senti accettato e integrato, perché pensi che la gente apprezzi di te quello che sei dentro, e non come sei fuori, e questo tutto sommato è sempre stato il tuo obiettivo.
“L’illusione non si mangia”, diceva la moglie al colonnello in un noto libro di G. Garcia Márquez. “Non si mangia, ma alimenta”, ribatteva il colonnello, in attesa da quindici anni di una pensione che non arrivava mai. Analogamente, la telematica alimenta un senso della vita aggiuntivo, una specie di valore aggiunto. Laddove la vita reale è resa più complessa da qualche problema corporeo, la vita virtuale crea comunque un suo senso e può fare sentire meglio. Ma si tratta di un senso quantitativo (il bit è quantità per definizione), si parla solo di valore di scambio. La vita, quella vera, è qualità, è valore d’uso. Non mi stancherò mai di ripeterlo: comunità per me vuol dire analogico. Cioè vuol dire interazione tra dei corpi materiali. Vuol dire gente che accetta la disabilità nella sua concretezza, che ti porta a fare un giro in città (questa volta reale e non telematica), che ti imbocca se ce n’è bisogno, che ti sorride, ti abbraccia, ti solleva; gente che ti parla più lentamente se devi leggere sulle labbra; gente che prova ad ascoltarti anche se non riesci ad esprimerti bene; gente che prova a farti esperire il mondo, anche se non lo vedi.
Il problema è che la socialità reale e materiale può anche fare male, crea appunto l’handicap, lo svantaggio, la differenza asimmetrica laddove c’è solo un deficit. Trovare il senso di se stessi e della propria vita in una società dove non si sente il contesto di garanzie per poter esprimere quello che veramente si è come corpi, beh… può essere un po’ complicato, mentre il senso digitale appare più democratico, più friendly, più accogliente. Anche se il sistema internet mi pare ancora un po’ lontano dall’essere veramente democratico, basti pensare anche alla differenza di accesso alle risorse tecnologiche tra Nord e Sud del mondo, ma questa è un’altra storia, ed entra solo marginalmente nella dinamica di questo percorso teorico. Il punto è, e qui concludo, che una vera comunità che accoglie dovrebbe consentire l’accesso e l’usabilità non solo alla vit@ che circola nella Rete, ma alla vita nel suo senso più ampio e probabilmente più sacro.