Cinque anni di terzo settore

01/01/1997 - Andrea Pancaldi

I cinque anni di tempo che separano l'entrata in vigore della legge quadro sul volontariato (legge 266 dell’agosto 1991) dall'approvazione dell'articolo dell'ultima legge finanziaria che delega il Governo a legiferare in materia di Enti non commerciali e Organizzazioni non lucrative di utilità sociale (novembre 1996) definiscono un "luogo" fatto di situazioni, temi, attori, non solo cronologico, ma anche e soprattutto politico e culturale, in cui le profonde trasformazioni in corso, e non solo in Italia, danno veramente prova tangibile di se.
La storia in atto ha avuto i suoi epicentri, a seconda dei temi affrontati, ora nelle realtà locali, ora nelle stanze e nei corridoi romani.
Una storia, passati ormai sei anni, fatta di luci ed ombre e che sta attraversando un passaggio delicato nel momento in cui il binomio volontariato/solidarietà si trova ad essere intrecciato, e in parte sostituito, da quello di terzo settore/imprenditorialità (sociale).
La delicatezza del passaggio non sta tanto e solo nell'oggetto in questione (che terzo settore non faccia anche rima con occupazione, spesa pubblica, Masstricht e via dicendo è poco realistico pensarlo, al di la della concezione di fondo che si può avere circa queste dinamiche), quanto in una certa tendenza ad aderire acriticamente ad alcune parole/concetti chiave, basti pensare appunto a terzo settore o a società civile, che necessiterebbero non solo di percorsi e tempi di elaborazione spesso saltati a piè pari dal "correre" della politica e dell'informazione, ma di approcci non solo economici o politici, ma anche antropologici e relazionali.

Gruppo compatto, ma qualcuno è in rosa

Il terzo settore, intendendo il tema nel senso più lato possibile, è fatto anche da una corsa in atto all'interno di esso, dove l'importante spesso viene ritenuto il correre e non tanto il verso dove, il con chi, e il perché, ovviamente.
Questa tendenza a correre genera uno sgranarsi del gruppo che determina una situazione simile all'urbanistica di certe città americane, che si affacciano tutte lungo la stessa strada, ma da quartiere a quartiere passano distanze infinite.
E cosi nello stesso territorio, nella stessa città, nella stessa area culturale, o politica se preferite, esistono pezzi del terzo settore che devono ancora fare i conti con le leggi che li riguardano (volontariato, cooperazione sociale, statuti comunali, ecc..), che devono ancora cominciare percorsi di avvicinamento e collegamento con altri gruppi, e incontrare quindi altre culture, che devono ancora scoprire cosa centra la fantomatica società civile con il binomio pubblico/privato, che pensano ai libri di scuola quando sentono la parola sussidiarietà, e gruppi che dal niente, o da tradizioni di marcato collateralismo partitico, entrano direttamente nei forum del terzo settore o partecipano di progetti europei senza neanche conoscere un consigliere del loro comune.
Una situazione quindi ancora molto fluida, in cui la dinamica del terzo settore fa affacciare sulla scena nuovi protagonisti con continuità e in cui è necessario ricapitolare ogni mattina.
La difficoltà di raccontare le cose che accadono quotidianamente in questo spazio sta nel trovare l'elemento organizzatore del discorso, dando per scontato che prima o poi bisogna anche ragionare di cosa accade intorno a noi, nelle nostre storie e città, e non solo sedersi nelle pagine dei libri che vanno per la maggiore come quelli di Darendhorf o Rifkin, per altro letture, soprattutto la prima, interessantissime. (1)
Tra le tante opzioni possibili per organizzare un discorso che centri il suo fuoco soprattutto attorno agli attori più scontati del terzo settore, quindi associazionismo, cooperazione sociale e, in una certa misura, volontariato, può essere utile a mio avviso ragionare attorno a due.
La prima può essere quella di segnalare alcuni nodi possibili di dibattito perché se ne possa tenere conto nelle relazioni e nella progettazione di ogni giorno.
La seconda opzione, più difficilmente praticabile dato che si scende nel terreno della cronaca, è di raccontare come sono nate, cosa fanno e che stile viene usato nelle sigle che più rappresentano in questo momento nei vari territori i luoghi di "ricomposizione" che sono l'elemento dominante di questa fase di vita del terzo settore. Mi riferisco in particolare alle conferenze/consulte provinciali del volontariato, alla esperienza dei Forum del terzo settore, ai nascenti Centri di servizio per il volontariato, alle varie agenzie di consulenza eprogettazione promosse da soggetti diversi (mondo dell'impresa, università, fondazioni, associazionismo e cooperazione).
Rimandando questa seconda ipotesi ad un altro possibile contributo, ci soffermiamo su alcuni nodi di carattere generale che rimangono ancora da sciogliere all'interno delle dinamiche delle varie componenti del terzo settore e nel rapporto di queste con gli enti locali e gli altri soggetti del territorio.

Il paradosso del confine

La prima riflessione da fare è quella che con l'apertura del dibattito sul terzo settore è come se si fosse assegnato una spazio di lavoro, una sorta di terra vergine, di nuova frontiera in cui, come nei film sul farwest, si avventurano carovane, spesso, come si diceva prima, lanciate in corsa sfrenata per occupare un pezzo di "territorio".
Il limite, a mio modesto, modestissimo, avviso, è quello che si ragiona spesso solamente con lo sguardo volto all'interno di questo spazio, a ciò che di "nuovo", o supposto tale, bisogna costruire. A mio modo di vedere le zone più interessanti del dibattito sono invece quelle di confine, i territori in cui si allarga o regredisce la zona di influenza del terzo settore nell'incontro/scontro con altre soggettività, culture, tematiche.
Il confine separa ma al tempo stesso connette (2) ed è luogo inevitabile se si vuole costruire un sistema e non solo un settore.
La seconda e la terza riflessione sono già state accennate in precedenza e fanno riferimento alle contraddizioni determinate dallo "sgranarsi" del gruppo e dal limite di un linguaggio che interpreta il dibattito solo attraverso note politiche ed economiche. Questa ultima osservazione a mio avviso si avvalora ancor più in un periodo come l'attuale in cui si sono nuovamente chiusi gli spazi per una idea di politica che non coincida solo con i partiti e veda come valore il percorso e non solo il risultato e in cui la cronaca ci restituisce una politica appiattita quasi tutta sulla gestione.
A molti non sfugge il rischio che la partita che si sta giocando sul terreno dell'impegno sociale e del non profit obbedisca spesso a logiche concorrenziali tutte interne all'Ulivo, con buona pace della tanto decantata società civile e della sua autonomia.
Un'altra annotazione di carattere generale sottolinea come spesso nel "cono di luce" del dibattito siano illuminate le strutture del terzo settore, ma non sempre si intravedano sullo sfondo le persone (carcerati, tossicodipendenti, handicappati ecc) o i temi (ambiente, ecc) per cui queste strutture in larga misura esistono e si giustificano. Il pericolo che gran parte delle energie intellettuali e delle risorse si fermino al mantenimento, inteso non solo in termini economici, delle strutture e non si traducano in reale sviluppo è grande, a maggior ragione se il terzo settore sarà identificato e accetterà, rischio che corrono maggiormente le associazioni più grandi e più raccordate al mondo della politica, il ruolo di ammortizzatore sociale e non quello, soprattutto, di luogo di rinegoziazione di modelli, culture, rapporti.
Infine il terzo settore come luogo di costruzione di democrazia, di avvio di percorsi di alfabetizzazione alla politica e alla partecipazione. Le leggi 142 e 241 (statuti comunali e trasparenza), per usare uno dei possibili indicatori, sono certamente l'ultimo pensiero di tanta parte del non profit e delle amministrazioni locali (3). Le leggi di settore e la normativa fiscale relativa alle Onlus tengono banco. Detta in soldoni come si può pensare di partecipare come volontariato o associazioni se non sono garantiti i percorsi di partecipazione come cittadini? come si può pensare di costruire un terzo sistema senza comprendere identità e ruolo della società civile? È questo un nodo ineludibile se si vuole costruire una identità autonoma del terzo settore attraverso percorsi di rinegoziazione dei rapporti tra cittadino e "volontario" e tra pubblico e privato.

Note:
(1) Ralph Darendhorf, Quadrare il cerchio. Laterza, 1995.
Jeremy RifRin, La fine del lavoro, Baldini e Castoldi,1995.

(2) Mi si permetta, in nota, di ringraziare il buon Dio per la creazione del paradosso, fonte inestinguibile di progresso e libertà.

(3) Altro paradosso legato a questa sottolineatura sono le tante iniziative di educazione alla legalità promosse nelle scuole e realizate senza che questo porti poi ad aprire un minimo di dibattito sul tema dell'insegnamento dell'educazione civica.

Pubblicato su HP:
1997/57