Ci diamo del tu

01/01/2003 - Associazione Papa Giovanni XXIII

Quando desideriamo affrontare un argomento corriamo il rischio di ragionare e scrivere quasi come ci conoscessimo per sentito dire, origliando da dietro una porta. Per noi che viviamo la nostra vita

 

associativa e comunitaria nello specifico della Papa Giovanni XXIII, sembra che tra di noi ci si possa esprimere scrivendo alcuni pensieri guardandosi chiaramente negli occhi e nel cuore. Fatta questa premessa, ritengo dal mio punto di vista che il passaggio dall'assistenza da parte dei “normali” verso gli “handicappati” a una vita di condivisione, che richiede l'appartenenza, possa essere una delle basi su cui poggiano i nostri presupposti teorici. Davide ha tredici anni e frequenta la scuola media. Questo bambino ha coscienza non tanto dei suoi limiti, ma delle sue risorse specifiche e degli handicap che manifestano i coetanei nella relazione con lui. Non ho precisato che lui è un bambino in situazione di handicap, non tanto perché me ne sono dimenticato o voglio evitare la realtà, ma perché per noi che lo conosciamo e lo amiamo lui è Davide. Come lui, molti altri piccoli e grandi ci richiamano con forza non solo ai diritti da rivendicare, ma alla scoperta tramite un viaggio nella vita di queste persone, della loro presenza. Un giorno Davide a scuola, rivolgendosi alla maestra, esclamò: "Possibile che debba essere sempre un vagone e mai una locomotiva"? Se come adulto mi immagino un treno in viaggio e mi immedesimo nelle sue parole, comprendo che devo e dobbiamo cambiare l'ordine delle cose. La famiglia è davvero risorsa per la comunità, per il territorio, e la presenza di queste persone “straniere” che chiamiamo in vario modo, da subnormale a handicappato a diversabile, rappresentano per noi una opportunità. Due anni fa la nostra Associazione organizzò un Convegno dal titolo "Diversamente Abili" individuando in questa terminologia un’espressione sicuramente non esaustiva, ma un passo in avanti. In questo momento di studio, confronto e verifica cercammo di approfondire l'incontro tra due mondi, non solamente da un punto di vista dei diritti, delle lotte sindacali, ma soprattutto per tentare di avvicinare queste due dimensioni parallele e pensare a dei percorsi di integrazione. La vita è complessa ed allo stesso tempo meravigliosa, anche nelle sue forme più misteriose e dolorose. La nostra vita di comunità ci ha fatto incontrare bambini considerati gravissimi, che hanno bisogno di tutto, senza i propri genitori, bisognosi soprattutto di avere un padre ed una mamma che gli diano la possibilità di mettere le proprie radici nei loro cuori. Da questi bambini che in modo errato chiamiamo "gravissimi" molti adulti hanno capito come dare senso alla propria esistenza, si sono accorti di essere sul sentiero sbagliato e hanno avvertito l'esigenza di cambiare rotta. Non è più il tempo di fare delle cose per i deboli, è il tempo di una nuova umanità dove tu vedi con i miei occhi ed io vicino a te individuo la strada da seguire, come atto di giustizia ma soprattutto come percorso di conoscenza. Sovente discutiamo sulle leggi giuste ed ingiuste, ma verrà un giorno in cui non si avrà più bisogno di una legge per garantire il diritto ad una vita dignitosa per tutti. La nostra associazione è presente in tutto il mondo e dovunque la risposta che diamo è quella di una famiglia, un papà ed una mamma, dei fratelli e delle sorelle, con delle strutture di tipo familiare. L'affidamento familiare, soprattutto di bambini in situazione di handicap, e l'adozione di alcuni di loro che non hanno più nessuno sono le nostre risposte concrete e la nostra appartenenza alla vita comunitaria e sociale. L'integrazione – che non significa omologazione – tra privato sociale, associazionismo e istituzioni in una continua dialettica propositiva è la strada da percorrere per liberare molte persone dal peso del proprio deficit. “Chiamami per nome, guarda il mio volto e scopri che dietro le mie bave, i miei tremori, la mia debolezza, le mie patologie tu che ti pensi normale ti accorgi che vivi facendo finta, sei stolto e non comprendi la profondità di quello a cui sei chiamato nella vita.” Allora ci siamo accorti che sono i piccoli, i deboli, gli storpi che portano noi, che senza di loro mancherebbe qualcosa, mancherebbe qualcuno di importante. L'arcobaleno anche senza un colore non è più lo stesso, la nostra storia non è completa se lasciamo qualcuno indietro, se mettiamo da parte coloro che ci possono davvero insegnare delle cose. La casa-famiglia è l'aspetto visibile della vita comunitaria della Associazione Papa Giovanni XXIII, una casa con dentro una famiglia per tutti coloro che non ce l'hanno più o non ci possono più stare Giona.