Cappuccetto Rosso ha la nonna contro

01/01/2000 - Cesare Padovani

La fiaba (giuridica) qui ricostruita, pur alludendo ad un fatto personale in cui l’autore è coinvolto, si propone di far riflettere amministratori, magistrati, tecnici, costruttori e quanti sono preposti a prendersi cura delle fasce deboli della società, sull’importanza di abbattere barriere, le quali assai spesso non sono semplicemente architettoniche ma che tali si erigono, ben più pericolosamente, con il cemento dell’indifferenza, della incomunicabilità e persino dell’ottusità per criteri con si applicano le leggi.Penso di essere, tra le persone handicappate, un “fortunato”: possiedo una certa intelligenza, una certa cultura, ho persone attorno a me che mi stimano e che mi vogliono bene, godo di un certo benessere, e, come dice Platone sia nella Apologia di Socrate sia nel Fedone, soprattutto “ho cura della mia anima”.
Aver cura della propria sfera emotiva, tuttavia, non vuol dire rimanere indifferenti o non soffrire per ingiustizie, soprusi e violenze silenziose perpetrate quotidianamente sia nei confronti del singolo sia nei confronti di una comunità, che rimangono impunite: la incivile volgarità di certi rumori che personalmente devo subire (vedi il “Corriere” 31 XII ’99) e l’arroganza con cui certi “urbanisti” stravolgono un “topos” a migliaia di cittadini con muri, sventramenti, abbattimenti (vedi “Chiamami città” n.357), tutto questo “non è reato perseguibile” perché la legge non lo prevede come reato. Come dire: sebbene ci siano buone ragioni, non esistono appigli sufficienti perché la legge venga applicata.
Ebbene, tra i vantaggi che mi sono concessi c’è quello di aver potuto comprare, assieme a mia moglie buttandovi tutti i risparmi, finalmente un appartamento (sessantadue anni è la bella età in cui si amano i porti e gli approdi), in via Fezzan 15, a due passi dal mare, in mezzo al verde…proprio come nelle fasi di “crescendo” iniziali in cui Vladimir Propp vede lo strutturarsi di una fiaba.
Ma… ed ecco il “ma” che preannuncia l’ostacolo (il lupo cattivo, il muro, la norma, il divieto): ed ecco che l’appartamento si trova al primo piano e Cappuccetto Rosso è handicappato a tal punto da non riuscire a salire le scale. La Nonna (nel caso nostro la proprietaria dell’altra metà della casa) pur aspettando il cestello delle fragole (un tornaconto), pone il veto a Cappuccetto Rosso di costruire un ascensore per salire al primo piano. Dopo aver mangiato il lupo, ne indossa la pelle e grida dalla finestra:
-Caro mio, peggio per te se non ce la fai a salire le scale, arrangiati.
Anche la Legge mi dà ragione: la proprietà è sacra, e anche se si tratta di utilizzare lo spazio di uso comune, per fare l’ascensore occorre comunque il mio consenso, e io non te lo do. E poi, gli affari sono affari: quale vantaggio potrei avere in cambio?
Fa osservare allora Cappuccetto Rosso che, stando così le cose, sarebbe meglio interpellare il Cacciatore che, da quando la favola esiste, ha sempre fatto giustizia.
Sennonché il Cacciatore (che per l’occasione è il responsabile dell’edilizia privata del Comune) ha i due organi principali nettamente separati: con il cuore e le parole è schierato per i diritti di Cappuccetto Rosso e con la testa e la ragione della legge “è costretto” a difendere i diritti della Nonna.
Carissimo Cappuccetto, tu sei bravo buono intelligente e persino colto, ma io non trovo più il lupo cattivo da ammazzare, e perciò ho le mani legate: nel tuo cestello di fragole ho trovato sì la legge 13 dell’89 che dice che il tuo diritto all’ascensore è prioritario su tutto, ma dalla finestra della Nonna una bandiera assai simile a quella di Forza Italia mostra trionfalmente che il Codice Civile e l’articolo7 della Costituzione dichiarano che la Proprietà Privata è sacra e inviolabile…
E quando la proprietà è in comune, e uno dei due proprietari dimostra la necessità (non il capriccio!) di un ascensore?
Spiacente, ma non trovo questa particolarità! Moralmente hai ragione tu, ma la Legge non ti prevede…
Sommessamente, Cappuccetto Rosso fa allora notare che, in caso di mancanza della specificità da parte della Legge, scatta il buon senso interpretativo (che traduce alla buona l’ubi ratio ibi dispositio). Ma la risposta è categorica: -Il latino è stato abolito…
A questo punto a Cappuccetto Rosso non rimane altra via d’uscita che invocare l’autore della Morfologia della fiaba perché introduca lì per lì una nuova funzione, facile da capirsi:
- Caro Propp, è inutile che io aspetti l’intervento magico, perché questo non arriverà mai; prestami piuttosto quel rompiscatole di Grillo dalla favola di Pinocchio perché, come avvocato, mi sembra un ottimo Azzeccagarbugli, e senz’altro troverà la soluzione…
Tuttavia il Grillo, manco farlo apposta, è depresso: si trova in crisi di identità perché non riesce più a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto, ciò che va difeso come bene privato e ciò che è bene comune.
E poi - aggiunge – caro mio, io devo sopravvivere: se io prendessi posizione a tuo favore perderei quel poco di reputazione che mi resta, e dovrei fare salti mortali per non essere schiacciato. IO sono sempre stato con quella maggioranza trasversale che considera “normale” chi ha gli stessi sogni e gli stessi bisogni degli altri. E l’ascensore è un simbolo trasgressivo. E poi, non vedi?: persino in politica le Sinistre (che dovrebbero difendere i deboli) si sbragano per essere in armonia con le Destre che stanno restaurando i loro modelli di normalità. La miglior soluzione, caro mio, è che tu diventi normale e così non avrai più bisogno dell’ascensore…
Cappuccetto Rosso, allora, non sa più che pesce pigliare, si sente stanco, appesantito, si chiudono le palpebre e comincia a sognare: riprende il sogno dal momento in cui sta raccogliendo le fragole nel bosco per portarle alla Nonna. Arrivato sotto la casa e trovata la Nonna vestita da lupo, ecco che, invece del Cacciatore, appaiono improvvisamente davanti, quali aiutanti, due figure diametralmente opposte tra loro: la Volpe di Fedro (quella della favola La volpe e l’uva) e Bud Spencer quell’omone dei film che ad ogni sentore di ingiustizia fa giustizia da sé e spacca il muso all’avversario prima ancora che intervengano gli uomini della Legge.
Qualche tempo dopo, dal lettino dello psicanalista Cappuccetto Rosso confesserà che fin da piccolissimo ha sempre avvertito in sé due pulsioni contrarie: l’una che invita al lasciar perdere (alla rinuncia, alla magra consolazione della Volpe: per ora questa casa non è adatta per me…), e l’altra che spinge a non mollare l’osso e a scaricare una valanga di cazzotti al Lupo, al Grillo, al Cacciatore e soprattutto e soprattutto a quella Nonnina vestita da lupo, ancora lucida e con la sindrome della dismorfobia, appunto quel sentirsi venir meno del modello mentale costruito su certezze simmetriche e consuete per cui alla minima modificazione si prova paura, angoscia, repulsione.
La favola che si rispetti a questo punto dovrebbe avere una soluzione, e possibilmente consolatoria: tutto questo però non accade quasi mai. Ed è più verosimile che, mentre Bud Spencer e la Volpe litigano e fanno a cazzotti con la Nonna, un Vecchio saggio barbuto, e anche canuto, inviti Cappuccetto Rosso a rileggere quel passo del Gorgia, dove si consiglia: contro la violenza della Ragione e contro la violenza del Diritto, è meglio subire l’ingiustizia che commetterla.

Pubblicato su HP:
2000/77
Parole chiave:
Barriere architettoniche