Calcio a 6: una storia di cui far parte

01/01/2001 - Paolo Bertani

"Finalmente faccio parte di una squadra di calcio!" Ecco che, senza volerlo, Enea, con una semplice frase, conferma e dà valore alla scelta di costituire un gruppo calcio fra le attività socio-educative da proporre a ragazzi seguiti dal Settore Handicap Adulti dell'allora USL 27 di Bologna, ora Distretto Borgo-Reno, parte dell'Azienda USL Città di Bologna, che comprende anche i Distretti S. Vitale-S. Donato e Savena-S. Stefano.
Era il 30 ottobre del 1992, all'interno dello spogliatoio della Palestra Cavina, il primo giorno di allenamento. "Finalmente faccio parte di una squadra di calcio!": frase carica di significati sia per il ragazzo che l'aveva pronunciata sia per gli operatori del Servizio, che vedevano subito riconosciuti gli sforzi organizzativi affrontati fino a quel momento.
Si era, infatti, cercato di incrociare una richiesta indiretta, un interesse più o meno dichiarato da parte di alcuni ragazzi, utenti del Servizio, con una risorsa del Servizio stesso (le competenze in campo sportivo dell'educatore), richiedendo al contempo la collaborazione di alcuni organismi presenti nella rete territoriale: Assessorato allo Sport del Comune per l'assegnazione dello spazio palestra, la Polisportiva Atletico Borgo, gestore della stessa, volontari interessati alla conduzione degli allenamenti, sponsor per l'acquisto di materiali e attrezzature.
Data la scelta di utilizzare una palestra, più comoda per la stagione invernale e per le dimensioni ridotte del campo, si opta per il calcio a 5, più adatto alle caratteristiche fisiche e tecniche dei partecipanti. Nel frattempo anche gli altri Poli Handicap allestiscono un'attività simile, consentendo la disputa delle prime amichevoli nella stagione 1993/'94.
Dal marzo '93 partono anche le prime collaborazioni con gruppi di volontariato organizzato e non: la C.R.I. e la parrocchia di S. Giuseppe Sposo. Collaborazione che sfocia nella prima partita ufficiale, svoltasi il 22.6.1993 al Palazzetto Cavina, tra la squadra dei Boys del Polo Barca e le volontarie dei gruppi suddetti. Con un obiettivo in più molto significativo: una raccolta di fondi a scopo benefico.
Sono questi i primi passi di una neo disciplina, il Calcio a 6, che, date le ridotte capacità fisiche di alcuni dei suoi praticanti, vede aggiungere un giocatore in più rispetto ai 5 tradizionali, al fine di offrire una maggiore "copertura" del campo e più possibilità di gioco per tutti.

Trofei, campionati e tornei

Si arriva così al 19.11.1994, data particolarmente significativa perché rappresenta la prima competizione ufficiale di questa disciplina: il 1° Trofeo "In rete", il cui slogan, "non solo per noi", testimonia il senso di solidarietà che fin dall'inizio ha visto chi solitamente fruisce di assistenza o aiuto mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie abilità in favore di chi soffre; in questo caso i bambini dell'Ageop dell'Ospedale S.Orsola di Bologna.
Questo primo appuntamento vede affrontarsi con la formula del quadrangolare le squadre dei Poli Barca e Mazzacorati e di altre due realtà sociali: la Copaps di Sasso Marconi e un gruppo Scout di Bologna. Già da queste prime vicende si evince l'importanza di questo genere di attività nell'allargare le occasioni d'incontro tra le persone, nel creare relazioni amicali e nel poter essere protagonisti attivi del proprio benessere, dispensando uno spettacolo "sano" e appassionante.
È infatti lo spirito sportivo nella sua essenza più vera che scaturisce da questi ragazzi, che gioiscono, si arrabbiano, corrono, giocano ma per i quali la cosa più importante è esserci.
Ed ogni anno al Trofeo "In rete", che nel 2001 sarà alla sua ottava edizione e la cui organizzazione è stata anche argomento per una tesi di Laurea presso l'ISEF di Bologna, c'è sempre qualche squadra nuova e atleti che vogliono esserci, per provare ad aggiudicarsi il trofeo.
Dato l'incremento delle squadre, tra gennaio e giugno del 1997 si realizza il 1° Campionato provinciale interusl di Calcio a 6, con la partecipazione di tre squadre di Bologna ed una di S. Lazzaro. Campionato che l'anno successivo allargherà i confini per diventare regionale, grazie alla presenza di una squadra dei Servizi per la Salute Mentale di Reggio Emilia: gli ormai "famigerati" Falketti. Questa presenza inaugura un'integrazione tra forme di disagio diverse, quali appunto l'Handicap e la Psichiatria, che si profila quanto mai innovativa nel panorama dei Servizi e che sfocerà nell'organizzazione del 1° Torneo "Senza Riserve", svoltosi a Bologna e S. Giorgio di Piano nel maggio-giugno 2000 e le cui finali si svolgono allo Stadio "Dall'Ara" di Bologna.
Significativa la partecipazione di 8 squadre provenienti da 3 Regioni: Emilia-Romagna, Toscana e Veneto. Questa esperienza consente un ulteriore allargamento delle squadre partecipanti al Campionato Regionale, con l'inserimento delle squadre di Parma, Modena e di un'altra di Bologna.
Epilogo del campionato il 5 maggio 2001 con premiazioni e "giochi nel pallone", che vedono i giocatori di tutte le squadre mischiarsi insieme per divertirsi con vero spirito amichevole, per poi ritrovarsi e concludere il tutto attorno ad un ricco buffet.
Tra gli eventi sportivi da ricordare, citiamo il Memorial Fabio Secchi, disputatosi il 21 aprile 2001 alla Palestra "S. Pertini" e organizzato dal Polo H. del Distretto Savena-S. Stefano, per ricordare un compagno di gioco che non c'è più e che aveva nel calcio la sua passione più grande, testimoniata da un volume di dati e statistiche, registrati da Fabio con scrupolosa meticolosità, su tutti i campionati di Serie A fin qui disputati.
Inoltre per il 15 giugno p.v. è previsto un torneo quadrangolare non competitivo tra le compagini dei Poli H Barca e Sacco e dei Centri di Salute Mentale "La Rondine" di Bologna e gli "Special Boys" di S. Giorgio di Piano. A Settembre seguirà il Torneo "Chi c'è…c'è" nell'ambito della Festa provinciale dell'Unità del Parco Nord a Bologna, anch'esso a carattere non competitivo e che vedrà impegnate numerose squadre provenienti da tutta la regione Emilia-Romagna.
La storia, quindi, non termina qui, ma continua con le prossime occasioni di incontro appena citate, in attesa di un campionato 2001/2002 ancor più partecipato.

Uno sport integrato

Particolare innovativo del Calcio a 6 è quello di iscriversi nel ristretto numero degli sport integrati.
Di quegli sport, cioè, in cui atleti, disabili e non, praticano insieme un'attività senza distinzioni di categoria. Infatti, anche se non obbligatoriamente, ogni squadra può schierare in campo 5 atleti, utenti dei Servizi, più 1 operatore tra volontari, educatori, obiettori o altro, la cui funzione principale è quella di aiutare i compagni nello sviluppo del gioco e nella disposizione in campo.
Al fine di rendere più equilibrato il confronto, l'unica differenziazione è data dal fatto che l'operatore non può segnare marcature, ma è solo al servizio della squadra.
Oltre al ruolo tecnico, questi svolge un'altra importantissima funzione, che è quella di "educare" dal campo al rispetto delle regole, dei compagni, degli avversari, dell'arbitro; di essere, cioè, l'esempio da seguire, invitando a tenere un comportamento corretto e sollecitando sempre all'impegno.
Questo compito, realizzabile anche da un allenatore in panchina, viene facilitato dalla vicinanza che l'essere sul campo comporta e che permette un contatto e un ascolto più immediato e facilitato da parte degli atleti, spesso non in grado di cogliere indicazioni o suggerimenti da lontano.

Approcci e problematiche diverse…

Altro obiettivo da non trascurare in questo genere di attività è quello della riabilitazione psico-sociale dei soggetti cui si rivolge; riabilitazione o rieducazione che segue canoni nuovi rispetto alla tradizione medico-riabilitativa o clinica e che ha introdotto un modo nuovo di affrontare il disagio psichico.
Un modo che faccia sentire gli "utenti" dei Servizi protagonisti del loro stesso percorso e della vita sociale, portatori di una visione più aperta e accogliente del fare sport, che sottolinea l'importanza dello stare insieme, del partecipare, del fare gruppo superando l'ottica miope della competitività eccessiva, del vincere a tutti i costi, del risultato prima di tutto, anche quando ci si affronti in partite di tornei o campionati in cui l'obiettivo è confrontarsi con l'avversario e si cerca di vincere attraverso un "sano" agonismo.
E proprio per questo non vi sono esclusioni sulla base delle capacità, ma tutti possono partecipare ed entrano in campo, ed è possibile che il giocatore più bravo della squadra venga sostituito da uno meno bravo, senza che ciò "scandalizzi" nessuno; o quasi, pensando a quel genitore che, lasciandosi prendere dalla foga, contesta apertamente le scelte di chi guida la squadra, perché le ritiene svantaggiose ai fini del risultato o interviene in "difesa" del figlio, "ingiustamente" sollecitato o sostituito. Ci riferiamo qui a situazioni che realmente accadono e che gli operatori devono affrontare, ampliando il loro intervento anche sulle famiglie, al fine di concordare e ritrovarsi attorno al concetto di attività sportiva sopra accennato, per non correre il rischio di inviare al ragazzo stesso messaggi contraddittori e confusivi.

…ma non inconciliabili

Nel confronto che si è aperto tra Servizi per l'Handicap e per la Salute Mentale, sono emerse alcune divergenze di vedute sul senso da dare all'attività sportiva proposta, e che vogliamo qui riportare ai fini di un'ulteriore riflessione. Si è evidenziata, infatti, una diversità di impostazione tra chi vede nel momento sportivo in sé soprattutto un "pretesto" per stare insieme, conoscersi, instaurare relazioni e quindi in un certo senso "impone" uno stare insieme dopo la partita, e chi invece ripone nel momento ludico-sportivo un'attenzione maggiore come strumento di educazione, di conoscenza di sé, di crescita personale all'interno di un gruppo.
Tale divisione nasce principalmente a causa di alcune differenze nelle problematiche affrontate nei due tipi di Servizi; all'interno del campo psichiatrico vi sono alcuni disturbi legati a particolari patologie che mal si conciliano con un confronto agonistico accentuato o con una condizione di competitività un po' marcata, per cui si ritiene più opportuno stemperare l'agonismo e dare più spazio al senso dell'incontro e alla dimensione gruppale.
Nell'handicap, invece, ci si trova di fronte a casi in cui può essere importante valorizzare l'individuo, sottolinearne le capacità, favorirne le potenzialità inespresse, per cui si cerca anche un riconoscimento personale oltre che di squadra. Ciò ha portato, quindi, a differenti percorsi sportivi: uno in cui le squadre disputano tornei (di calcio a 11 o calcio a 6) in cui non c'è una vera e propria classifica né vi sono distinzioni di merito fra giocatori, ma si consegna un premio a tutte le squadre. Regola imprescindibile è, però, che al termine della partita sia previsto uno spazio in cui le squadre si incontrino per mangiare qualcosa tutti insieme.
L'altro caso è quello, ad esempio, del campionato di calcio a 6, dove, essendo ugualmente presenti squadre dei Servizi psichiatrici, ci si concentra di più sull'importanza dell'attività sportiva (allenamento o partita), lasciando all'iniziativa di ciascuno l'opportunità di organizzare un momento successivo di incontro. Come già detto, in questo caso vi è una classifica finale e sono previste premiazioni sia per tutte le squadre sia per alcuni giocatori singoli, che vogliono comunque essere un riconoscimento a tutta la squadra e che sono equamente distribuiti tra tutte quelle partecipanti.
Credo che queste due modalità diverse di fare integrazione non siano comunque inconciliabili, ma siano anzi sovrapponibili e praticabili entrambe, perché penso che l'importante sia avere un senso comune nel "come" si pratica sport, si gioca, ci si confronta, eliminando l'idea di sopraffazione dell'avversario e promovendo il concetto dell'altro come compagno di gioco.
Credo, inoltre, che ciascuno possa trarre e fare proprio ciò che di positivo scaturisce dall'esperienza altrui, e che tale processo di scambio e di crescita possa avvenire solo frequentandosi e riflettendo insieme sul "come" integrarsi e lavorare insieme, senza porre condizioni che pregiudicano una possibile condivisione (come già dimostrato dai due tornei citati più sopra).
Infatti, proprio grazie alle riflessioni scaturite tra i gruppi che partecipano al calcio a 6, sta già maturando una diversa impostazione nei criteri di premiazione, andando a privilegiare gli aspetti di collaborazione e sportività di squadra, piuttosto che quelli di merito o individuali.
Così come credo che a questo campionato possa tranquillamente partecipare anche chi privilegia il senso dell'incontro, peraltro condiviso in pieno, senza porre un vincolo rigido nel dopo partita.
Vorrei concludere questo articolo ricordando la rete di collaborazioni che permette lo svolgersi di queste attività; di tale rete fanno parte, oltre ai già citati Assessorato allo Sport del Comune di Bologna, Polisportiva Atletico-Borgo e gli sponsor e i gruppi con cui si è giocato, gli Assessorati allo Sport della Provincia di Bologna e della Regione Emilia-Romagna, la Sezione Arbitri della Lega Calcio UISP, il CSI, i Quartieri che assegnano le palestre, l'Associazione Industriali della provincia di Bologna, RoloBanca e Banca Popolare Antoniana Veneta e tutte quelle persone che con il loro contributo personale fondamentale entrano a far parte di questa storia!

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