01/01/2000 - Lara Dattoli

Una proposta del Progetto Calamaio per le scuole elementari e dell’infanzia.Il Progetto Calamaio nasce nel 1986 all’interno del CDH di Bologna e propone incontri nelle scuole di ogni ordine e grado sul tema della diversità. La sua specificità è di essere ideato e progettato da persone con deficit fisico con la collaborazione di educatori e animatori.
Una proposta per i bambini e le insegnanti delle scuole elementari e dell’infanzia si snoda sulla fiaba di Jòzef Wilkòn dal titolo “C’è cavallo e cavallo”.
Le attività proposte sono incentrate sul riconoscimento della diversità rispetto a ciò che ognuno di noi sa fare o desidera fare. Si scopre così che oltre ad essere uguali e diversi spesso sappiamo fare cose che ci differenziano l’uno dall’altro, rendendoci unici. L’omologazione, l’essere a tutti i costi uguali, ci snatura, impoverisce e rattrista.
L’incontro diretto con gli animatori con deficit del gruppo permette momenti di confronto e approfondimento su queste e altre tematiche, quali la paura, la difficoltà, la fiducia e l’aiuto.
Il racconto della fiaba verrà supportato graficamente da un cartellone con dodici scene, coperte da altrettante tendine, che rappresentano i momenti salienti della storia. Il percorso si articola in cinque incontri: ad ogni incontro verranno scoperti tre riquadri che si riferiscono ad un tema particolare che caratterizza il Progetto.

Primo incontro: la conoscenza
La prima parte verrà dedicata a giochi di conoscenza tra i bambini e gli animatori: ci presentiamo cantando il nostro nome, costruiamo insieme dei trenini facendo il gioco della signora Locomotiva (le animatrici in carrozzina si trasformano in locomotive e chiedono ai bambini se vogliono unirsi al treno: questo gioco consente ai bambini di relazionarsi direttamente con l’animatore disabile), facciamo i giochi dei bambini, ecc.
La seconda parte verrà dedicata al racconto della fiaba; verranno così scoperte le prime tre scene del cartellone che riguardano l’incontro tra il puledro e l’ippopotamo.

Secondo incontro: la paura
Ci presentiamo con la canzone dei nomi e riassumiamo con delle diapositive la prima parte della fiaba. In seguito continuiamo il racconto scoprendo altri tre riquadri del cartellone, in cui il puledro si spaventa vedendo l’ippopotamo. Dopo un primo momento di confronto sul perchè il puledro fosse spaventato viene proposto ai bambini il “gioco del mostro del lago”; un animatore finge di essere un mostro spaventoso che vive tutto solo in un lago e che vorrebbe avere degli amici ma ogni volta che esce dall’acqua terrorizza tutti quelli che sono sulla riva. Inoltre è anche pauroso tanto che basta battere le mani che lui scappa in acqua. Un giorno finalmente riesce ad acciuffare un malcapitato che trascinato nel lago scopre che il mostro in fondo non fa paura e riesce a fare amicizia con lui. A questo punto tutti i bambini vengono invitati ad entrare nel lago e a conoscere il “mostro”.
In seguito, se rimane tempo, si disegnano le nostre paure che verranno riposte nella casa della paura, costruita precedentemente dalle maestre.

Terzo incontro: la diversità
Riassumiamo la fiaba con l’ausilio delle diapositive e continuiamo il racconto scoprendo altre tre scene del cartellone: Il puledro e l’ippopotamo scoprono di essere entrambi cavalli anche se sono diversi fisicamente e sanno fare cose diverse. Mentre il cavallo corre veloce e salta i fossati d’acqua, l’altro nuota magnificamente. Per sottolineare la diversità dei due animali vengono proposti due percorsi: uno ad ostacoli per il cavallo e l’altro utilizzando la pallestra per gli ippopotami. I bambini insieme agli animatori disabili scoprono che è divertente essere sia puledri che ippopotami.
L’incontro si conclude con un momento di confronto sulla diversità tra gli animali della stessa famiglia . Con l’ausilio di un cartellone si introduce anche il tema delle differenze tra i popoli e le rispettive culture (questa può essere un’eventuale pista di approfondimento).

Quarto incontro: la fiducia
Dopo aver guardato le diapositive si procede con il racconto della fiaba: l’ippopotamo e il puledro decidono di diventare due cavalli uguali e così si fanno una promessa: incontrarsi dopo un anno sapendo fare le stesse cose. L’impegno è grande ma entrambi si fidano l’uno dell’altro. Insieme ai bambini si vive l’esperienza del cavallo di riuscire a nuotare e degli ippopotami di imparare a galoppare (i “cavalli” avranno degli zoccoli di gommapiuma e dovranno riempire un secchio con le palline della piscina, mentre gli “ippopotami” dovranno fare un percorso ad ostacoli dentro a degli ingombranti vestiti di gommapiuma).
La difficoltà viene vissuta direttamente dai bambini che potranno esprimere le loro impressioni durante il momento conclusivo di conversazione.

Quinto incontro: l’identità
L’ultima parte della fiaba viene drammatizzata dagli animatori del Calamaio: il puledro e l’ippopotamo si incontrano dopo un anno. La delusione è tanta: oltre a non essere diventati uguali non sanno rispettivamente più nuotare né galoppare come prima. Decidono così di tornare come erano e di rimanere amici anche se cavalli diversi.
Si disegnano le sagome di alcuni bambini e adulti per poi modificarle in base ai loro desideri: ad esempio essere più alti, correre velocemente con gambe più muscolose, volare con le ali ecc. Il risultato sarà una sagoma che però riflette un mostro che non ci rappresenta più. Così si preferisce la vecchia sagoma. L’accettazione della propria diversità, anche con i suoi limiti, conclude questo incontro.



Un amore a prima vista

Mi sono innamorata immediatamente di “C’è cavallo e cavallo” per la bellezza delle immagini e la forza delle parole. Chi ha avuto modo di sfogliare questo libro delle edizioni Arka avrà notato la grafica che sostiene, spiega e descrive la parte narrativa con grande efficacia. Riempie le parole facendo sorridere.
Quando è arrivato il momento di progettare le attività intorno a questa fiaba, abbiamo costruito un cartellone con testo e immagini proprio per suscitare quello stupore nei bambini che prima avevamo provato noi. E così è stato!
La scelta di questa fiaba per parlare di handicap e diversità non è stata immediata per tutti i componenti del gruppo di lavoro: mancava il tema fondamentale della relazione d’aiuto e anche l’amicizia si trovava solo alla fine, come conclusione di tutte le vicende dei protagonisti. Infatti il cavallo e l’ippopotamo decidono di imparare a fare le stesse cose non per amicizia ma per confermare la propria identità, quella cioè di essere entrambi cavalli. In fondo fanno tutto per loro stessi, non per l’altro. E non si aiutano nemmeno. Pazienza! Vorrà dire che non troveremo i toni mielosi di tante fiabe che sottolineano di continuo l’importanza dell’aiuto, ma le poche parole di Jòzef Wilkòn che ci chiedono di superare l’esigenza di parlare sempre di amicizia quando si tratta il tema della diversità.
Qui si parla di paura, di fiducia, di identità e di difficoltà.
La paura di trovarsi di fronte qualcuno totalmente diverso da noi che si appropria della nostra identità.
La fiducia in una promessa fatta per dimostrare all’altro, ma soprattutto a se stessi, chi si è veramente. Qui si tocca un altro nodo cioè il percorso verso se stessi passa attraverso la categoria del fare. Con un motto potremmo dire: “io sono ciò che faccio!”. I due cavalli vogliono imparare a fare le stesse cose per potersi sentire alla fine entrambi uguali. Il confronto della loro diversità passa attraverso le differenti competenze dei protagonisti: uno nuota mentre l’altro salta i fossati d’acqua ed è per questo che uno è un ippopotamo e l’altro un cavallo. L’aspetto, il colore del pelo, la struttura fisica non sono usati come parametri per valutare l’uguaglianza e la diversità. Solo il saper fare bene una determinata cosa definisce chi siamo.
Jòzef Wilkòn non poteva essere più attuale proponendoci un cavallo (un po' antipatico a dire il vero) che si pavoneggia dei trofei vinti nelle numerose gare, che corre veloce, fa le piroette (un cavallo-ballerino...esagerato!) e che proprio per questo è un cavallo.
Un cavallo che viene messo in crisi da un saggio ippopotamo che gli dimostra anch’esso di essere un cavallo pur sapendo solo nuotare.
Ma torniamo alla promessa: “un anno per imparare a fare le stesse cose”.
La fiducia è un tema fondamentale perché motiva i protagonisti ad investire un anno del loro tempo in allenamenti faticosissimi e diete forzate. E’ la fiducia verso l’altro che permette di provare strade diverse da quelle consuete, che dà senso a ciò che si sta facendo, che rende possibile il cambiamento.
Il tema dell’identità percorre tutta la fiaba intrecciandosi a quello della diversità. Il bisogno di sentirsi rassicurati rispetto a se stessi permette di scoprire l’altro con le sue caratteristiche e i suoi limiti, in un confronto che approfondisce la conoscenza di sé.
I due cavalli si ritrovano dopo un anno stanchi e infelici perché non riescono più ad esprimersi come prima e tutti i loro sforzi per diventare uguali, imparando ciò che non sapevano fare, sono risultati vani. Si chiedono così se ha avuto senso faticare così tanto.
Spesso chiediamo ai bambini di inventarsi il finale della fiaba; le risposte sono principalmente di due tipi : i due cavalli diventano uguali oppure restano come sono, rimanendo comunque amici. Nel secondo caso, quando scopriamo il finale, il confronto sul valore della diversità nasce spontaneo, più difficile invece nel primo caso in cui i bambini non accettano il fallimento dei tentativi dei due cavalli, cercando un lieto fine dove ci sono solo vincitori. Qui invece la sconfitta è forte: si dice che le difficoltà vanno superate ma non sempre è così. Se la difficoltà è troppo grande, insormontabile è necessario riflettere e fermarsi. Un atteggiamento costruttivo rispetto ai propri limiti è sicuramente positivo. ma l’eccesso nel volerli superare a tutti i costi porta a scontrarsi con ostacoli troppo grandi, a perdere la propria identità inseguendo un ideale irraggiungibile. Proviamo a pensare all’handicap come difficoltà. La difficoltà si crea quando non si utilizzano al meglio le proprie potenzialità in armonia con l’ambiente circostante. La difficoltà nasce da un eccesso di ambizione, da una lettura sbagliata della realtà, da una scarsa conoscenza di sé. L’ambiente la amplifica, la rende tangibile anche se non è solo l’ambiente che crea l’handicap. L’atteggiamento rispetto al deficit condiziona il modo di vivere l’handicap: spesso come operatori ci troviamo a lavorare sull’accettazione dei propri limiti per promuovere un atteggiamento propositivo rispetto alle tante situazioni problematiche che è necessario affrontare. La difficoltà ha quindi una valenza negativa quando è troppo grande mentre nella giusta dimensione è uno stimolo di crescita.
In fondo è ciò che dice questa fiaba: è importante andare verso l’altro cercando di cambiare, mettendosi in dubbio per migliorare. Ma il confronto deve passare attraverso l’accettazione della propria identità con tutto ciò che comporta: solo in questo modo posso valorizzare la diversità, mia e dell’altro, e partire da questo punto per inventare nuove fiabe.