Brasil voçé è lindo

01/01/1999 - Roberto Ghezzo

Ho incontrato la psicologa Carla Vasques presso l’Istituto Pestalozzi di Canoas, nello stato di Rio Grande do Sul, lo stato più a sud del Brasile. Questa è stata la prima intervista che ho realizzata nel mio viaggio ed è stata anche quella che mi ha aperto gli occhi sulla situazione delle persone disabili in questo paeseCarla mi è stata presentata da Cesar Bridi, uno psicologo che è venuto in Italia a conoscere il lavoro educativo che viene fatto a Bologna ed in particolare a visitare il nostro Centro Documentazione e il Progetto Calamaio. Sia Cesar che Carla sono delle persone che nonostante le enormi difficoltà che affrontano nel loro lavoro credono che la vita delle persone con disabilità possa migliorare. Osservando le baracche che costeggiano la tangenziale prima di giungere al Pestalozzi e i bambini seminudi che giocano in mezzo alle pozzanghere ed ai rifiuti, mi chiedevo da dove nasce la forza di credere, di sperare che le cose un giorno migliorino. Alcune risposte le ho avute in questa intervista e un’altra me l’ha data Carla qualche giorno dopo quando a me e a Cesar ha confessato che dopo l’intervista ha pianto per l’emozione. Credo che fintanto che il Brasile avrà figli in grado di lottare e soffrire per lui, questo paese “così miserabile” e così meraviglioso potrà avere un futuro. Il prossimo anno sarà il cinquecentesimo dalla scoperta del portoghese Cabral e tutto il paese si sta preparando per festeggiare. Una canzoncina di Milton Nascimento, che si sente in uno spot pubblicitario strapieno di bambini e un po’ retorico, dice “Brasil, voçé è lindo...”. E’ vero: Brasile sei bellissimo, perché i tuoi figli hanno la forza di sognare.


L’Istituto Pestalozzi è stata la prima scuola speciale del Brasile. E’ ancora in funzione nonostante che la legge sull’integrazione scolastica dei disabili sia già stata varata. Che cosa ne pensi?

La legge sull’integrazione in Brasile ha quattro anni. Ma ancora le scuole non ricevono gli alunni. Se il Pestalozzi non esistesse, non ci sarebbero possibilità per chi soffre anche del più piccolo disturbo mentale. Io penso che la maggior parte dei bambini che stanno qui potrebbe essere accolta nell’insegnamento regolare, ciò darebbe la possibilità ai bambini di identificarsi gli uni con gli altri. L’incontro con la differenza ed il recupero si svilupperebbero molto. Quello che invece succede qui è che il Pestalozzi è l’unico luogo dove questi bambini hanno accesso. Talvolta i bambini vanno nella scuola regolare ma non sono accettati e allora tornano qui. Ciò genera in pratica una dipendenza dall’Istituto perché è l’unico luogo che li riconosce, dove attingono un riconoscimento della loro identità. Ripeto: penso che la maggior parte di loro potrebbe entrare nell’insegnamento regolare. Solo adesso ci sono dei segnali di cambiamento, che permettono a questi bambini di essere accettati a scuola, ma quando sono piccoli. Continuando con i soliti modi di insegnamento la scuola regolare finisce per ricacciare indietro i bambini nella scuola speciale.

Ho visitato la scuola Pestalozzi e devo dire che ho molto apprezzato l’approccio sperimentale che viene dato alle materie insegnate, in particolare il laboratorio di giardinaggio dove viene fatto un lavoro di educazione all’ambiente che è veramente all’avanguardia. Le insegnanti sembrano molto motivate e l’atmosfera che si respira è positiva. Eppure sono perfettamente d’accordo con te nel ritenere che i questi bambini possano essere inseriti tranquillamente nelle scuole normali.

Questo Istituto ha settantatré anni ma il problema principale è che non parla con la comunità, è un luogo chiuso, è un luogo protetto, la comunità non conosce il lavoro che viene fatto qui. Io stessa, funzionaria, non conoscevo il lavoro che si fa qui.

Tu pensi che questo luogo debba essere chiuso e debba diventare a sua volta una scuola normale?

Penso di sì, può cioè trasformarsi in una scuola inclusiva dove ci siano degli spazi aperti anche per i bambini normali.

Ma qui c’è un progetto del genere?

Per ora no, questa è una scuola diciamo a gestione familiare e da sempre il suo fondamento è di essere una scuola per persone con deficienza. In questa situazione non sta ancora percependo la necessità di trasformarsi. Quello che è complicato, penso, è comunque l’inclusione di alunni psicotici, autistici. Perfino qui nella scuola speciale questo tipo di alunni non viene accettata.

Ma se né la scuola normale né quella speciale li accetta, che fine fanno?

Stanno presso i genitori. Quando io lavoravo con le scuole facevo la selezione e collocavo in classe anche bambini con gravi problemi mentali. Risultato: gli alunni sono stai mandati via...e anch’io. Qui non c’è un sistema di assistenza per i cosiddetti “gravi”: esiste l’APAE, Associazione di genitori ed amici degli eccezionali (Associação dos Pais e Amigos dos Excepcionais). E’ un luogo che non ha un progetto pedagogico, non ha progetti culturali.

In tutto il Brasile avviene che i cosiddetti gravi non abbiano accesso a nessun tipo di scuola?

Sì, devi pensare che il Pestalozzi è uno dei migliori istituti del sud, cioè a dire di tutto il Brasile. Qui a Porto Alegre la situazione è un po’ migliore. Comunque la tendenza da registrare è che la stessa famiglia isola il bambino dalla convivenza con gli altri. Ti faccio un esempio: io avevo un paziente, un bambino che inizialmente era stato inserito nella scuola normale. Un giorno ha morso alla guancia una insegnante, un beijo, un bacio che si è trasformato in morso, ed è stato allontanato. Il bambino è rimasto traumatizzato da questo evento: io ero riuscita a trovargli un’altra possibilità presso un’altra scuola normale, ma la famiglia ha preferito non prendere più in considerazione l’idea dell’inserimento. Almeno qui all’istituto i bambini sono tutti uguali: questo è quello che i suoi genitori hanno pensato.

Quando un alunno arriva a vent’anni cosa succede?

Di lavoro non se ne parla. C’è una pensione di cinquanta reais a mese (circa cinquantamila lire) che viene data a chi possiede una carta di identità dove c’è scritto “invalido”. Cosa succede? Visto che la famiglia non ha possibilità, questi individui stanno per strada o chiusi in manicomio. La prospettiva di futuro non c’è. Bisogna fare un lavoro in età precoce perché in questo modo diminuisce l’internamento psichiatrico e l’invalidità sociale. Quello che si potrebbe fare qui è un lavoro intermediario tra la questione clinica e la scuola.

Prima ho visitato il laboratorio di falegnameria dell’Istituto e c’era un ragazzo penso tra i venti e trent’anni, oltre l’età scolare quindi, che credeva che io fossi argentino e che mi spacciassi per italiano.

Sì, qui ci sono ragazzi anche molto grandi. Alcune attività qui dentro, il vari laboratori di falegnameria, eccetera, sono realizzate con il contributo del comune di Canois, per vedere se c’è la possibilità di lavoro, di iniziazione al lavoro. C’è addirittura un caso, considerato proprio il massimo, di un ragazzo che non è riuscito a finire il corso di studi di una scuola pubblica e ora occupa un posto in un supermercato come addetto agli imballaggi. E’ da due anni che tiene questo luogo di iniziazione al lavoro, è un progetto caro, e il governo sta tagliando i fondi. Qui al Pestalozzi dopo la scuola non c’è una età di uscita. Le attività alternative hanno una funzione di parcheggio per i ragazzi. Qui loro si trovano bene e sono accettati. Non c’è un vero progetto politico verso il mercato del lavoro.

In che relazione stanno povertà e deficienza?

Esiste una relazione tra povertà, deficienza e disparità sociale, e abbandono sociale. Se la povertà genera deficienza? Non so. Ci può essere una questione organica legata alla denutrizione. Grande parte del nordest ha un numero impressionante di mortalità infantile....lì si muore perché manca il cibo. Nascono con basso peso. A questo livello è vero che la povertà genera la deficienza ma non esiste in Brasile una ricerca su questo argomento.

Presso l’opinione pubblica la povertà è percepito come un problema più importante della deficienza?

Nessuno dei due lo è. Il Brasile è un paese così povero, così miserabile, perché è questa la verità, che il cuore delle persone si sta indurendo... Allora le persone non stanno lì a chiedersi a come migliorare concretamente la situazione: oggi io parlavo con una mia amica del fatto che i poveri non si guardano più. Tornata dalla Spagna mi sono trovata in centro a Porto Alegre e quasi ho pianto perché mi chiedevo: come può esistere questo, questa miseria. Noi ci difendiamo, e per questo di fatto non si pensa alla deficienza. Ciò genera a sua volta una mancanza di progetto politico. I massmedia non parlano di questo: nella telenovela si parla di un paese bello, ricco, divino. Guarda la nostra tv. Oppure: chi è che la gente ha eletto? Un intellettuale che parla bene, Fernande Henrique Cardoso. E prima di lui un soggetto perverso, Fernando Collor. Cardoso è un professore universitario, Cambridge, eccetera, e all’opposto c’era Lula, cioè una persona più simile alla gente, del Partito dei Lavoratori, un personaggio che ha lavorato nel movimento sindacale. Ma il popolo brasiliano non va a votare uno simile a lui perché non ha educazione per pensare a se stesso, ai propri problemi.

C’è una legge che viene chiamata di beneficio sociale. Un medico e un assistente sociale firmano un modulo in cui si dichiara che il soggetto è incapace al lavoro, non è capace di fare questo e quello, non ha autonomia. Ossia è praticamente morto, è un vegetale. Il salario minimo qui è di 120 reais (120 mila lire). I genitori vengono qui per implorare a noi che assegnino la pensione di invalidità (50 reais), questo perché tutta la famiglia ha bisogno di soldi per sopravvivere. Io non l’ho mai fatto perché non mi è mai successo ma ho colleghi che si sono trovati in questa situazione. Loro hanno chiesto: “Ma vi rendete conto che vostro figlio così non ha futuro, non potrà lavorare, non potrà avere una famiglia, vi rendete conto che state chiudendo con il destino di vostro figlio?”; e loro per risposta: “beh, o faccio questo o lui ora morirà di fame”. E i miei colleghi firmano.

Torniamo alla tua domanda iniziale sul Pestalozzi: nonostante tutto qui perlomeno i bambini hanno una educazione, hanno alimentazione, hanno statuto di alunni. Ci sono qui in clinica pazienti che fanno riabilitazione per cinque giorni alla settimana, è un servizio da primo mondo.
Che criterio viene usato per accettare un bambino disabile nella scuola?

Per essere accettati i bambini devono avere solo una deficienza mentale lieve. Comunque le famiglie che hanno un po’ di soldi portano il loro figli a Porto Alegre (capitale dello stato di Rio Grande do Sul). Il Pestalozzi, dal punto di vista della sua immagine, è una scuola per idioti, pazzi e poveri. Questa immagine è molto caratterizzata: per schematizzare si dice pestalozzi-pestalouco (louco = pazzo).

Chi lavora nel sociale, come voi, che difficoltà incontra?

Beh, tanto per dirne una, io lavoro 32 ore settimanali: sono privilegiata e vengo pagata 880 reais lordi, cioè 700 netti (circa 700 mila lire al mese). Lo stato non investe né nella salute né nella educazione. Per fortuna che una particolarità nostra, del popolo brasiliano, è di creare via di uscita, stare aperti a nuove proposte a soluzioni, altrimenti moriremmo di fame. E’ un popolo che si adatta, ecco perché ci incantiamo a sentire parlare del Calamaio. E’ una cosa molto possibile. Non c’è una cultura formatrice unica come ho sentito dire ad un antropologo: qui abbiamo africani, europei e americani. Siamo il popolo del terzo millennio.
Il nostro è un popolo creativo, necessariamente creativo, nonostante tutti i nostri problemi. Perché non ci inviti a parlare in Italia di queste cose?

Pubblicato su HP:
1999/71