Bianco su nero

01/01/2005 - Gianfranco Caramella e Luca Malvicini

BIANCO SU NERO
Solo le lettere, lettere sul soffitto lettere bianche che strisciano lente su uno sfondo nero.
Cominciarono ad apparirmi la notte, dopo uno dei miei soliti attacchi di cuore.
Potevo spostarle lungo il soffitto, quelle lettere, allinearle a formare parole e frasi. E al mattino non restava altro che annotarle nella memoria del computer…
LA FORZA E LA BONTA’
Scrivo della forza. Della forza fisica e spirituale.
Della forza che è in ciascuno di noi.
Della forza che supera qualunque barriera e vince…
I protagonisti di questo libro sono persone forti, molto forti.
Capita spesso che si debba essere forti. E buoni.
Non tutti possono permettersi di essere buoni, non tutti sono capaci d’oltrepassare le barriere dell’incomprensione generale. Troppo spesso la bontà passa per debolezza. Ed è una cosa triste.
Essere uomini è difficile, difficilissimo, ma assolutamente possibile…
L’EROE
Sono un eroe. È facile essere un eroe.
Se non hai le braccia o le gambe, o sei un eroe o sei morto.
Se non hai i genitori, fa’ affidamento su braccia e gambe. E sii un eroe.
Se non hai né le braccia né le gambe e hai pensato bene di restare solo al mondo, è fatta. Sei condannato a essere un eroe sino alla fine dei tuoi giorni. O a crepare.
Io sono un eroe. Non ho altra scelta…
LA BAIONETTA
Che cosa rimane a un uomo quando non gli resta quasi nulla? Perchè vive? Non lo sapevo allora, e non lo so neanche oggi. Ma, come Pavka Korcagin, non voglio morire prima che arrivi la morte. Vivrò sino in fondo. E mi batterò. Battendo sui tasti del computer, una lettera dopo l’altra…
IL RITARDATO
Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto…
Tra i miei primi ricordi di bambino c’è una conversazione fra adulti.
“Dici che è intelligente? Ma se non può neanche camminare!”
Non è cambiato niente da allora. Da che vivo, il mio handicap è sempre stato visto come la possibilità o meno di compiere azioni meccaniche…
Essere un ritardato non è poi così difficile.
Lo sguardo della gente ti scivola accanto senza notarti.
Non sei un uomo, sei il nulla.
Capita, però, che per bontà innata o per dovere professionale, l’interlocutore noti che dentro sei come tutti gli altri.
E in questo attimo l’indifferenza cede il posto all’ammirazione, e l’ammirazione a un’angoscia sorda per la realtà delle cose…
NERO
Come sempre nella vita, a un periodo bianco ne segue uno nero, dopo un successo vengono le delusioni.
Tutto cambia e deve cambiare. Così deve essere, così va il mondo.
Lo so, non ho nulla in contrario, non mi resta altro che sperare.
Sperare in un miracolo. Mi auguro sinceramente, desidero con tutte le mie forze che il mio periodo nero continui il più possibile, che non diventi bianco.
Non mi piace il bianco. Il bianco è il colore dell’impotenza e della dannazione, il colore del soffitto d’ospedale e delle sue lenzuola. Cura e tutela garantite, silenzio e quiete: il nulla. Il nulla della vita d’ospedale che scorre all’infinito.
Il nero è il colore della lotta e della speranza. Il colore del cielo notturno, lo sfondo fermo e nitido dei sogni, delle brevi pause fra gli intervalli diurni, bianchi e sterminati, delle infermità fisiche.
È il colore del sogno e della fiaba, il colore del mondo dietro le palpebre chiuse. Il colore della libertà, il colore che ho scelto per la mia sedia a rotelle elettrica.
E quando passerò a mia volta in mezzo alla schiera di affabili, asettici manichini in camice bianco arriverò finalmente al mio capolinea, alla personale notte eterna, dietro di me resteranno soltanto le lettere dell’alfabeto. Le mie lettere, le mie lettere nere sul fondo bianco.  Lo spero.

(Brano tratto dal romanzo Bianco su nero di  Ruben Gallego)

Questa storia prende avvio nel ’68. Il mondo occidentale è attraversato da un impetuoso movimento di messa in discussione di ogni forma di potere e d’autorità costituita. In Unione Sovietica, paese “investito” della missione di costruire l’“uomo nuovo”, nasce Ruben Gallego autore e protagonista di  Bianco su nero.
Ruben è il nipote del Segretario del Partito Comunista Spagnolo in esilio.
Sua figlia Aurora, giornalista a Mosca, dopo una relazione con un compagno venezuelano, dà alla luce due gemelli. Uno muore, l’altro, Ruben, colpito da paralisi cerebrale infantile, muove solo due dita della mano sinistra.
In un paese dove “tutti” dovevano essere felici, questo “figlio imperfetto” viene internato in un orfanotrofio.
Nascosto agli occhi del mondo, trascorre la vita tra un istituto e l’altro, conoscendo gli orrori di un universo concentrazionario presente e attivo, malgrado i presupposti, anche nella società sovietica.
Solo durante la Perestrojca riesce rocambolescamente a sfuggire alla sua fine in un ospizio.
Si ricongiunge alla madre, studia, si sposa e ha due figlie.
Comincia a scrivere in russo, sua lingua madre, e in Russia nel 2003 il suo Bianco su nero vince il prestigioso premio letterario “Booker Prize”.
Sarebbe riduttivo e fuorviante considerare questa opera prima come una sorta di documento politico che svela i retroscena di un regime.
Sarebbe abusato, consolatorio, inutile pensare a freaks che danno lezioni d’umanità ai “normali”.
Non ci troviamo davanti un libro di denuncia, un vittimistico atto d’accusa.
Siamo di fronte alla lotta di un uomo, mai domo, contro le circostanze. Una lotta che avrebbe potuto essere combattuta ovunque, che ci riguarda direttamente ed è quanto mai attuale.
Quarant’anni dopo, viviamo in un tempo dominato dal paradosso della “libertà obbligatoria”, in un mondo “lacerato” dall’ingiustizia sociale, paralizzato dall’ossessione per la sicurezza e il controllo, sterilizzato dalla spettacolarizzazione delle emozioni, “condannati” all’euforia perpetua!
È sempre più di vitale importanza impegnarsi in un attento e quotidiano lavoro di umanizzazione delle relazioni  e di resistenza ai processi di omologazione.
Superate le secche dell’ideologia e del moralismo, evitate le cadute in uno sterile e superficiale vitalismo, questa lettura offre tracce di vita che possono orientare la nostra azione per il futuro.
Metter nero su bianco, lo scrivere, non è solo memoria! È un rivedersi, è lo sviluppo di un rullino fotografico. L’aver fissato un momento, un’emozione e poi, nella camera oscura, ritoccare contrasti e luminosità perché l’emozione “arrivi” a chi guarderà quella foto.
Fermare attimi, elaborare sentimenti, vissuti, sogni, suggestioni.
Trasformare momenti e pensieri di sé in patrimonio collettivo, condivisibile, riconoscibile.
È un qualcosa di estremamente personale, individuale, ove “gli altri” si possono riconoscere.
Lo scrivere e il leggere permettono osmosi, le parole prendono corpo.
Le narrazioni diventano azioni vissute. Gli spazi raccontati si vedono, si toccano.
Si sentono gli odori, le emozioni si impregnano nel corpo e diventano proprie.
Il raccontare e il raccontarsi si collegano intimamente all’ascoltare/ascoltarsi...
Oggi si sente forte il bisogno che le parole, le frasi, i concetti letti, detti, pensati siano espressioni del corpo singolo immerso nell’insieme del corpo sociale, non mere espressioni razionali. Dare corpo alle parole, investire di multisenso le espressioni, superare le stereotipie comunicazionali e caricare di valore “le presenze”.
L’essere presente, l’esserci “nel proprio modo” risulta più che mai condizione fondamentale di speranza, di “ sviluppo” inteso come capacità di andare “oltre”, di cambiare, di immaginarsi ”dopo”, di sentirsi autori e protagonisti del/nel dopo.
Raccontare e raccontarsi, dare l’opportunità e il permesso anche ad “altri” di raccontare di noi, è  rappresentarsi, è essere accettato, è  potersi esprimere anche solo con gesti, posture, suoni disarticolati… È esserci con il proprio modo di esprimersi.
È non confinare a priori nell’inconsapevolezza le “Diverse” capacità d’espressione attraverso molteplici forme artistiche.
È non fermarsi alla condizione bensì aprire/aprirsi alla comunicazione, alla vita.
Vita, un soffio leggero che ci spinge a sostenere sforzi, fatiche, sacrifici; che ci ricarica nel momento in cui ci disponiamo a ricevere le storie e i punti di vista degli Altri, ad ascoltarli contaminandoci, ad accettarli.
Ascoltare e ascoltarsi talvolta non è sufficiente… Il soffio è continuo! Occorre prepararsi a sentirlo, percepirlo, inseguirlo, capirlo. E non  solo  raccoglierlo, ma anche indirizzarlo, moltiplicarlo…
Gallego ci aiuta ricordandoci, attraverso una sorta di semplice e provocatoria enfasi dei contrasti, l’importanza delle sfumature, l’attenzione ai particolari, l’indispensabilità dei gesti.
All’azione  ben fatta non contrappone ma predilige l’azione a buon fine con un indiretto invito all’attenzione e all’auspicio di una relazione ove il corpo “anche incompleto” risulta denominatore comune di universalità e nel contempo di personalizzazione.
Nel ricevere le sue “lettere” torna alla memoria il Calvino de Le città invisibili:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio”.
Buon lavoro!

Parole chiave:
Letteratura