Baby Down - Superabile, dicembre 2009 - 2

26/03/2010 - Claudio Imprudente

Tempo fa scrissi un articolo a partire dalla notizia dell’uscita di un modello di Barbie-musulmana. In quell’articolo facevo anche riferimento alla commercializzazione di un bambolotto down, credo fosse proprio quello “spagnolo” che ora arriva in Italia: Baby Down.
Riferendomi al nuovo modello di Barbie, facevo notare che, al di là delle recenti e cicliche polemiche e discussioni sulla liceità o meno dell’utilizzo in pubblico del velo (chador, burqa, e altri modelli), se finora i modelli di Barbie cercavano di rappresentare un prototipo di realizzazione perfetta (secondo canoni discutibili) all’interno del mondo occidentale, appoggiando e favorendo l’affermazione di una serie di stereotipi molto riconoscibile, ora, almeno apparentemente, sembravano volersi smarcare da questo ruolo per farsi più rappresentativi di “altri” mondi che, con quegli stereotipi, entrano (almeno apparentemente e, comunque, in modo legittimo) in conflitto.
Ma se il “personaggio” di Barbie sembra svolgere con perfezione il compito di “congelare”, eternare uno pregiudizio di un certo tipo, non avvierà forse lo stesso meccanismo con uno stereotipo differente? Mi spiego meglio: non rischia di evidenziare ed accentuare una differenza piuttosto che invitare ad uno scambio, ad un relazione e a dar vita ad una chiara discussione? O, ancora, non rischia di descrivere una parte di un mondo facendoci credere di poterlo descrivere per intero e nella sua essenza (“questa è una donna musulmana”)? Sostenendo cioè questa equiparazione: “Barbie-musulmana” uguale donna musulmana tout court.
In questo senso, infatti, commetterebbe un secondo errore nel momento stesso in cui sembra voler correggere il primo, finendo per rappresentare in modo grossolano una realtà diversa dopo aver già rappresentato in modo distorto ed incompleto la nostra.
La questione del bambolotto Down mi sembra per certi versi differente e meno controversa e l’intento di avvicinare, attraverso una bambola, i bambini piccoli a persone (coetanei o meno) con quei tratti somatici per mostrarne la normalità e la quotidianità potenzialmente positivo. Però, senza sottovalutare l’importanza che il mondo materiale, oggettuale ricopre nella nostra vita, nel nostro sviluppo, nella nostra educazione (questa, certo, passa anche dagli oggetti e dalla nostra esperienza con e degli stessi), credo che non sia sufficiente mettere a disposizione un bambolotto “speciale” per modificare la sensibilità riguardo a certe tematiche o per introdurle come oggetto di discussione. Si pone la necessità di accompagnare la presenza di un bambolotto dai tratti particolari con la disponibilità e la capacità, degli adulti in questo caso, di dare un senso a quella presenza.
Ecco, solo se l’oggetto si fa ispiratore di domande e dubbi (dei bambini) che poi qualcuno (i genitori, la scuola…) possa raccogliere, soddisfare, allora avrà svolto il suo compito, producendo degli effetti e smarcandosi dalla sua concretezza finzionale per avvicinarsi a quella del reale. Altrimenti rischia di aggiungersi a quel milione di stimoli cui, anche involontariamente, siamo esposti ogni giorno senza avere nemmeno la capacità e la curiosità di collocarli, interrogarli, coglierne una possibile profondità. La coscienza di questa necessità mi sembra emergere dalle parole di Francesca Bernaroli (presidente della coop. Il Martin Pescatore): "Stiamo lavorando con le scuole elementari e materne per portare Baby Down nelle classi: vorremmo avviare un progetto più ampio di formazione, coinvolgendo operatori e associazioni per spiegare ai bambini il senso del bambolotto".
C’è da augurarsi che questo possa avvenire e, allora e di conseguenza, potremmo augurare a Baby Down un’incisiva diffusione: importante, peraltro, che a soddisfare le eventuali richieste per quanto riguarda sartoria ed imballaggi saranno lavoratori con disabilità psichica della cooperativa…il primo effetto positivo del bambolotto?
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Claudio Imprudente