Viaggi e miraggi - Arriba Arriba!

11/07/2011 - di Luca Baldassarre

Due anni fa, all’incirca in questo periodo, ero in Canada; più precisamente ad Aurora, nell’Ontario. Ero a casa di mio zio, uno dei fratelli di mia madre. Ospite per qualche giorno. Ricordo un pomeriggio che si chiacchierava allegramente del più e del meno: la famiglia, l’Italia, i fagiolini che a lui crescono bene solo se li mette esposti a nord ovest... Insomma, cose così. Mi mostrava orgoglioso il suo prato all’inglese e i suoi fiori, che danno a quella casa l’iconografia classica della casetta in canadà (con l’accento sulla a, proprio quella della canzoncina per bambini) e mi raccontava, raccontava. È un chiacchierone mio zio. Ma è proprio simpatico ed è davvero una brava persona, un pezzo di pane, dell’Italia meridionale, cioè buono. Lui è emigrato dall’Italia una cifra di anni fa che non ha più senso nemmeno contare ma, come capita spesso, ha conservato in toto l’italiano che c’è in lui. Con questa affermazione ho in mente una cosa precisa ma non so trascriverne il significato. Ha fatto tanti lavori mio zio e ha visto molti posti. E ha incontrato tanta gente; di tutti i tipi. Per me sentire qualcuno che racconta dei luoghi che ha visitato e delle persone che ha incontrato ha sempre avuto un fascino assolutamente fuori scala. Mi piace verificare le distanze tra le mie percezioni e il mio modo di vedere le cose e il mondo degli altri, soprattutto di coloro che imparo a conoscere attraverso i loro vissuti. Trovo clamoroso di non notare qualcosa che per altri “è” quel viaggio, giustifica da solo la ragione per cui si è deciso di intraprenderlo, ne sintetizza le peculiarità; come vale il contrario: spesso mi scopro a pensare “Ma come?! L’ho vista solo io ‘sta cosa qui'?”. So che è normale e che capita a tutti però non ho ancora imparato a capacitarmene. Tutto lì. Insomma, mio zio è lì intento a farmi una dettagliata descrizione del colloquio per il suo primo possibile impiego importante presso l’azienda telefonica canadese e mi accorgo che io sto pensando a un particolare che mi aveva colpito in un discorso fatto il giorno prima; ci rimugino parecchio ma non mi riaffiora niente fintanto che si richiama al palato il sapore della torta alla mele e cannella di zia Denise. “Diamine, ecco!”, esclamo. Al che mio zio mi guarda un po’ stranito, “No zio,... è che pensavo a una cosa!”. Il giorno prima, Donald, uno dei tre figli degli zii, mi aveva raccontato di un suo recente viaggio nel Chiapas messicano, in compagnia di uno “scoppiatone” amico suo (nota bene: mio cugino non spiccica una solo parola d’italiano e la traduzione è mia, perciò non è detto che intendesse dire letteralmente così ma sono relativamente sicuro che intendesse passarmi questo contenuto). Avevano girato un po’ il nord del Messico spingendosi a sud della capitale, spingendosi appunto fino al Chiapas. Erano rimasti a lungo a San Juan Chamula, un paesino vicino alla più nota San Cristobal de Las Casas. Già mi era scattato l’interesse, visto che lì c’ero stato qualche anno prima e proprio quel paesino aveva attirato la mia attenzione. Ricordo benissimo che prima del mio viaggio in Messico avevo riletto un saggio di antropologia sulla conquista dell’America, scritto da Tzvetan Todorov.
Dalla lettura rimasi un po’ deluso, e non certo per il libro che è bellissimo, perché l’approccio dei primi scopritori, tra i quali Cristoforo Colombo, non si può definire esattamente “relazionale”. Per brevità si può affermare che l’idea di viaggiare per conoscere posti, persone e culture diverse, ha preso piede un po’ dopo, sfortunamente per gli aztechi. Però, guarda caso, Donald e il suo amico Mark, erano viaggiatori moderni. Partiti per vivere un’esperienza piena, totalmente alla mercé dei posti, del caffè negro, della birra e, diciamo, dei rapporti interpersonali con le autoctone. Tralascio qualche commento per ragioni di spazio sulle velleità di Mark, descritto da Donald come una specie di Che Guevara a scoppio ritardato, nel senso che voleva liberare il Chiapas. Non ho mai capito da chi. Sottolineo quanto fu incredibile ascoltare il suo racconto. Mio cugino è un ragazzone alto circa 1 metro e 90 per una larghezza direi... analoga e un peso sui 120 kg. Ascoltandolo gliene avrei dati al massimo una sessantina. Mi ritrovai nelle sue descrizioni di quella terra e di quel popolo, nel modo di vivere e di accogliere le persone. In più, pensai che pur non parlando né l’italiano né lo spagnolo era riuscito a cogliere una vastissima gamma di sfumature. Mi riportò gli strani sincretismi religiosi con lo stesso stupore con cui anch’io li avevo osservati; rimase colpito dalla fierezza e dall’orgoglio del popolo messicano, forse in quella regione ancora più presente che in altre zone del Paese. Insomma ogni pezzo del racconto faceva da contrappunto a quanto io avevo vissuto lì qualche tempo prima. Ammetto che non ci potevo credere. E forse non poteva farlo nemmeno il mio amor proprio, che quasi se ne ebbe a male nel constatare di non essere così originale. La riflessione sul viaggiatore moderno è meno scontata e ovvia di quanto si possa immaginare. Anche se in fondo, chi ha voglia di mettersi a confrontarsi con altre culture quando è in vacanza?