Per aprire la mente

01/01/1997 - Giampaolo Mazzara

In una ormai lontana giornata invernale che vedeva tutto il modenese coperto di neve, associo al gelo, al freddo, al ghiaccio, la vita affettiva e relazionale di alcuni pazienti che avevo appena incontrato, in particolare il signor Silvio un anziano lungodegente che dimostra una paura generalizzata di tutto e di tutti. Egli sente come una minaccia i miei interventi perlomeno quanto sente protettivo il reparto psichiatrico, il suo letto, la sua camera: solamente disteso sul letto non sente la minaccia della vita. E se gli riconosciamo, oltre la possibilità di provare la paura, quella di sperimentare la rabbia; è prevedibile che egli abbia provato rabbia nei miei confronti per il fatto che io cerco di far emergere la vita, l’ energia, il "sentire" là dove c’è l’oblio, dove c’è il gelo che non permette la vita.Inizia un itinerario durante il quale il signor Silvio porta nel gruppo le sue resistenze, le sue "fughe" e, in una progressione insperata, le sue fantasie, le sue allucinazioni, finché un giorno "si apre una porta che appariva chiusa da sempre". Egli comincia a parlare del suo non avere figli, ci presenta i quattro nipoti, in particolare la nipote che fa la ... "vita", "ma potrebbe fare un altro lavoro". Ricorda la madre che faceva la sfoglia e di come fossero enormi i ritagli di pasta che andava a "rubare".Scopriamo che è un bravo cuoco: ci parla del suo insuperabile brodo fatto con gallina, punta di petto di manzo e osso di prosciutto crudo. Al crescente interesse del gruppo - pazienti e personale infermieristico - corrisponde un’ ulteriore apertura che ci mostra un signor Silvio attento, appropriato e fiero di ciò che va raccontando. Sembra essersi riaggiustato il prezioso filo che lega il presente e il passato, il sentimento del qui e ora alla memoria affettiva e corporea. Viene poi la volta delle "polpette" e qui il racconto si fa scena, azione, vita vissuta. Allestiamo accuratamente una cucina in cui si prepara un pranzo per un invitato: il piatto forte sono le polpette, infarinate con "fior di farina" dopo averne ben impastato gli ingredienti (carne equina, uovo, formaggio, pane grattugiato).Ed ecco il momento magico in cui arriva l’ invitato: si tratta dell’ assistente sociale (interpretata dalla Caposala) cui Silvio sembra particolarmente legato, ora lui ha 40 anni e lei 30. Si crea un clima di festa che si concretizza in un brindisi più che mai vero e sentito."Ah, se non stessi così male!", conclude il signor Silvio, confermandoci come stia vivendo questa situazione con intensità pur non rinunciando ad una certa visione critica e realistica della sua situazione oggettiva.La seduta è finita: siamo sorpresi, soddisfatti, ora ci unisce un fluire tiepido di commozione e tenerezza.

Mary non abita più qui

La voglia di vivere di Alice si è affievolita, il suo sguardo spento non lascia trasparire emozione. Un dolore muto, tremendo nella sua inespressività, non le permette di vedere l'altro che le sta intorno ma le impone di spendere tutta la sua energia nel seguire una ripetitiva sequenza di situazioni inquietanti, costituite da amore non vissuto, da violenza, dalle attenzioni incestuose del padre che le hanno segnato il corpo ma ancor più l'anima. Alice ha imparato a non chiedere per evitare l'angoscia del rifiuto, a non desiderare per tenere lontana da sé la prova pesante della frustrazione.
Un'energia misteriosa, ancestrale, la spinge a partecipare; entra nel nostro gruppo senza entusiasmo ma con una certa consapevolezza. Si avverte il suo istintivo bisogno di esserci. C’è' una spinta alla vita che non si esteriorizza in altri momenti ma che, stamattina, si concretizza nel proporsi come protagonista del nostro gioco psicodrammatico. "La mia vita è un grande vuoto" . Un vuoto così esteso da occupare l'intero spazio "scenico" definito dalla circonferenza delle sedie su cui trovano posto partecipanti, pazienti ed équipe terapeutica. Tutto lo spazio. Un vuoto totale. Accidenti Mary! Se ti fossi aggrappata meglio alla roccia, se non ti fossi lasciata inghiottire da quel burrone saresti ancora qui. A riempire questo vuoto.
I tuoi genitori hanno accettato Alice come una figlia, dandole una casa - finalmente normale - , non una giungla infida in cui ogni cosa può attentare alla tua incolumità. Tu Mary, le hai dato la forza di andarsene di casa, tu la sostenevi, la rassicuravi, eri la sua amica intima, l'unica persona fidata. "Perché sei morta?" L'interrogativo caduto per molte volte nel vuoto interiore di Alice, viene raccolto da una Mary ausiliaria che dialoga con l'amica e le propone la logica inafferrabile di una morte precoce. Un caldo incontro che dura poco: Mary viene allontanata, come nella realtà. E' ancora il vuoto. Ora però vi possono entrare figure che prima ne erano impedite, capaci di riempire fisicamente ed affettivamente una certa porzione. La "madre vicaria" che ha condiviso con l'amica, donna positiva che la ospita e le dà affetto mai ottenuto, la protezione desiderata, così come una disponibile sorella di Mary.
Proprio quando queste presenze vengono ad abitare il vuoto, emergono dal passato i fantasmi dolenti che Alice cerca di rinchiudere dentro di sé. Il confronto con questa madre vicaria dolce ed affettiva crea le premesse per un incontro drammatico con la madre reale. L'indifferenza, il distacco, l'ostilità che hanno caratterizzato il suo relazionarsi con i figli hanno costituito il primo grande vuoto di Alice. Un vuoto incolmabile, doloroso e gravido di rabbia.
Avverte un odio talmente forte da impedirle di scegliere una persona del gruppo nel ruolo di sua madre: teme di poterla offendere solo per il fatto di farglielo assumere. La scelta cade su una signora oggettivamente marginale che riesce a raccogliere l'ostilità di gran parte dei degenti.

Ecco la rabbia, improvvisa, prorompente. "Ti odio, ti odio" Gli occhi di Alice hanno un guizzo vitale. "Ti odio, vattene." Allontana da sé la madre e, poi ancora senza parlare, la spinge fuori dalla porta.

Un gesto di grande intensità e di valore catartico. In questo momento le è possibile recuperare Mary, trovandole una nuova collocazione vicino a sé ma senza contatto diretto. Questa Mary è un ricordo, dolce e doloroso, che non invade tutta la personalità dell'amica, rimanendone separata come "altro", come un oggetto affettivo fuori di sé. Mentre Alice ci conferma la sua soddisfazione per il lavoro svolto, la nostra attenzione si rivolge su un fatto inaspettato di cui è protagonista Ortensia, la signora che si è prestata ad impersonare il ruolo della madre. Era stata cacciata - in quanto madre cattiva - fuori dalla stanza e vi era rimasta per qualche minuto, fino al termine del gioco psicodrammatico.
Al suo rientro, ci appare seriamente preoccupata che quell'odio fosse andato realmente su lei come persona e non come interprete del ruolo; teme addirittura di esserne la causa inconsapevole.
Questa signora chiusa, anaffettiva, inacidita ci presenta una dimensione umanizzante di sé, fa trasparire tensione, bisogno di essere rassicurata. Ha vissuto dal didietro questa drammatica relazionale madre-figlia, con una partecipazione emozionale che ci sorprendere e ci commuove.
Poco importa che, allorché questa immagine di sé che sta proponendo le viene fatta notare, se ne distacchi definendosi "fredda e abulica". Anche lei ha vissuto il suo psicodramma restituendosi la possibilità di provare emozioni come a tutti noi.

Se per Alice sentiamo solidarietà e calda empatia per Ortensia proviamo persino un po' di simpatia.

Pubblicato su HP:
1997/59
Parole chiave:
Letteratura