"Anche l'assistente di base è un educatore"

01/01/1995 - Sandro Bastia

Lavorare per anni con uno stesso disabile che invecchia; la "strana" differenza tra l'educatore e l'assistente, l'importanza di una rete di servizi sociali. Intervista a Massimo Manferdini, educatore in un centro diurno di Bologna.

Domanda. Lavorare per anni con le stesse persone e trovarsi di fronte al problema che una persona, un utente, prima sa fare e poi non sa più fare; le abilità, le competenze che cambiano ma in negativo. Come vive questo aspetto un educatore, addetto invece al cambiamento in positivo?
Risposta. Questa è una domanda che si apre ad altri quesiti. Quando ci dobbiamo prendere cura di persone che non danno appigli comunicativi, quando il deficit è molto grave o ci ritroviamo di fronte a persone adulte, che hanno già parecchi anni, come muta la relazione pedagogica, come va strutturata, qual _ il senso e come lo inquadriamo dal punto di vista epistemologico? E' ancora sensata la dimensione delle abilità, delle competenze e delle autonomie? Diventa un lavoro che ha a che fare con il versante di cura più materno, ma che materno non può essere per persone di 50 anni. E' qualcosa che ha a che fare con un'alterità radicale che molte volte non siamo proprio in grado di sostenere. Sei portato a contatto con un piano di esistenza primordiale, che è vero che appartiene ad ognuno, ma che alcune volte diventa anche insostenibile, proprio dal punto vista della "presa in carico". Questo tipo di lavoro ci pone in una logica per cui si ha un contatto con una persona di questo tipo un paio di mattine la settimana per poi dedicare un certo tempo alla rielaborazione: in questo modo la cosa è sostenibile. Se invece la dimensione è quella della vita di tutti i giorni diviene insostenibile. La dimensione della rielaborazione, della ricerca, sono le uniche che ti possono permettere di fare questo lavoro per molti anni.

D. La degenerazione o il peggioramento delle competenze della persona disabile potrebbe essere semplicemente considerata come una evoluzione, una occasione di cambiamento...
R. Diciamo evoluzione. Che sia un peggioramento è certo. Ma tutti peggioriamo e tutti ci riadattiamo e non mi sembra che questo faccia eccezione per una persona handicappata. Se il peggioramento è più vistoso si faranno degli adattamenti più vistosi. Il problema è semmai per un educatore che si trova a dovere passare ancora altri anni con questa persona dopo averne magari già trascorsi dieci o dodici.

D. Spesso gli educatori si trovano davanti a utenti di 60 anni per cui il centro per gravi non va più bene e la domanda è: vale la pena di spendere la risorsa "educatore" per lavorare con una persona di quella età o è meglio utilizzare altre figure come ad esempio l'assistente di base?
R. Effettivamente c'è nei nostri servizi una curiosa consuetudine per cui quando gli handicappati diventano anziani non si sa più cosa sono, cioè non si riesce più ad identificare cosa sono perché si sovrappongono due problemi.
Preliminarmente dovrei dire che questa differenza tra educazione ed assistenza è una divisione sulla quale bisognerebbe ragionare, nel senso che non c'è giustificazione al dire che l'assistenza è di grado inferiore all'educazione anche perché bisognerebbe prima definire i vari campi: cosa è l'assistenza? Cos'è l'educazione? L'assistenza viene identificata con l'insieme di mansioni che sono relative, così come di solito si dice, alla cura della persona, alle autonomie di base, all'andare in bagno, lavarsi mangiare e così via. Questo però, con persone che hanno una vita di relazione legata solo a quei momenti, è a tutti gli effetti un livello educativo di relazione. Quindi non capisco perché l'educatore debba essere messo in antagonismo con l'assistente; semmai l'assistenza potrebbe essere una parte specifica, un tipo specifico di relazione dell'universo educativo, non però di grado inferiore. Eventualmente di grado superiore nel senso che tutto quello che riguarda la sfera intima del proprio corpo non credo che rappresenti un tipo di relazione più semplice, bensì più complesso, più delicato. L'altro luogo comune, simmetrico, è che più il deficit diventa grave e più è sufficiente che ci sia una persona che tutto sommato fa il "badante". Invece è proprio il contrario: più il deficit è grave e più è richiesta competenza. Ne segue quindi che la figura dell'assistente di base viene ad essere una specie di artificio non motivabile in termini pedagogici ed epistemologici, ma motivabile in termini di risparmio economico. L'assistente di base infatti viene ad essere sostanzialmente un educatore pagato di meno e che non ha responsabilità di progetto. Se fosse pagato di più sarebbe comprensibile vista la specializzazione in "assistenza", ma essendo pagato meno la distinzione a mio avviso non è più chiara.

D. Il livello di qualità dei servizi per persone handicappate ha creato forti attese rispetto ai bisogni legati all'handicap e alla terza età. Che giudizio dai della situazione attuale dei servizi?
R. Adesso tutti parlano di rete ma c'è una grande ambiguità di fondo: se la rete viene organizzata mantenendo i servizi solo come capacità di accoglienza non c'è rete in realtà ma c'è semplicemente un inventarsi i progetti sugli utenti che rimarranno sempre lì "fino a che morte non ci separi"; la discriminante invece dovrebbe essere l'offerta di prestazioni. In questo modo gli utenti possono cambiare: perché ad un certo punto può darsi che un utente non voglia più fare un tipo di attività oppure che questa non sia adatta a lui/lei. In questo senso anche il problema del lavorare per tanto tempo con gli stessi utenti subisce una certa modificazione proprio a partire da un cambiamento di logica di gestione dei servizi sociali.
Il più delle volte i servizi sociali non sono organizzati con una logica di rete: in questo modo i centri diurni e i vari servizi vengono a configurarsi come isolette o binari morti dove non c'è una prospettiva di percorso, diciamo di "progetto personalizzato".
Se si pensano i servizi sociali in termini di accoglienza, per cui ogni servizio si configura per la sua capacità di accogliere utenti, allora i servizi diventano più o meno piccole isole che tendono a saturarsi. Se si ragiona sul tipo di utenza con cui ci si trova a lavorare allora vengono ritagliati, inventati dei progetti facendo affidamento sulla creatività e la professionalità degli educatori, sulla loro capacità di non frustrarsi. L'altra prospettiva potrebbe vedere i servizi configurarsi per le prestazioni, per quello che offrono: ad esempio il tal centro giovanile si è specializzato sul cinema o sull'arte, un altro centro fa lavori di falegnameria, all'interno di un centro per anziani si è organizzata una attività connessa al ballo ecc. Allora chi ha compiti di gestione dei servizi si trova ad avere di fronte un menù, una mappa di opportunità con cui l'equipe - che dovrebbe esserci - può organizzare un progetto individualizzato inventandosi degli itinerari flessibili.
In questo modo non avremmo più strutture dove per quindici anni ci sono gli stessi utenti; in questo modo la vita degli utenti assomiglierà maggiormente a quella di tutte le persone che passano da una istituzione all'altra, senza essere assorbite da un unico luogo per sette od otto ore al giorno.