Alzati e cammina. Per favore - Il Messaggero di Sant'Antonio, febbraio 2009

26/03/2010

Chissà quante volte in televisione avete visto immagini di Lourdes: carrozzine, stampelle, plaid rigorosamente a scacchi, accompagnatori. Ogni volta che mi capita di vedere qualcosa che ricorda la famosa mèta di pellegrinaggio, mi torna in mente il brano del «paralitico guarito», tratto dal Vangelo di Marco (Mc, 2,1-12). Una pagina che rappresenta una vera e propria «chicca» di pedagogia sulla disabilità e, al tempo stesso, un’iniezione di ironia perché, spesso, questi due termini − disabilità e ironia − vanno insieme anche se in pochi se ne accorgono. Una lezione sempre attuale quella del brano di Marco che, come molti altri passi del Vangelo, è ancora oggi attuale e condivisibile. A condizione che siamo noi lettori, credenti o meno, a trovare il modo di far vivere quel testo nel nostro mondo, di metterlo in dialogo con esso, di rinnovarlo riconoscendo la sua presenza e la sua vitalità.

Ma torniamo al paralitico e alla scena così come l’evangelista Marco la descrive. Ci troviamo a Cafarnao, tra una folla di gente silenziosa che si era radunata numerosissima per ascoltare Gesù che avrebbe «annunziato la parola» dalla casa nella quale era stato ospitato. A un certo punto si avvicinano quattro persone che accompagnano, su un letto, un uomo paralitico e, volendolo portare davanti a Gesù, sono costretti, data la calca, a fare un foro nel tetto della casa e a calare il letto dall’alto. Immaginiamoci una scena frenetica, dinamica, che cambia di continuo: a quel punto la gente attorno avrà cominciato a gridare, ad agitarsi, a urlare «attenzione!» «più in alto!» «calate ora!». Non appena Gesù vede i quattro e, ancor prima, la loro fede, dice al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». Gesù entra subito in relazione con il paralitico, incurante del suo aspetto e attento a quel che lo accomuna o che, al contrario, lo distingue veramente dagli altri. Ma che tipo di relazione è? Come sappiamo anche da altri passi, Gesù intraprende sempre relazioni da pari a pari, non guarda mai dall’alto in basso, né con compassione o pietà, sentimenti lodevoli ma inefficaci, dal respiro corto, che non modificano i rapporti «di forza» ma contribuiscono, anzi, a mantenerli. Era un suo tratto distintivo: il tipo di relazione che instaurava cambiava profondamente il contesto dei rapporti. Era già questo un miracolo!
Spesso siamo portati a pensare che, nei confronti della disabilità, dobbiamo compiere delle azioni concrete, quali dare da bere, da mangiare, far alzare dal letto. Noi, con le nostre rappresentazioni del mondo, siamo in fondo gli «scribi che pensavano in cuor loro» del passo di Marco. Quelli che, senza esprimerlo, si chiedevano: «Perché Gesù parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». La risposta del Nazareno è fulminante: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cos’è più facile: dire a un paralitico “ti sono rimessi i peccati” o “alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”? […]». In altri termini: «È più facile compiere un’azione o cercare di instaurare una relazione?». Proprio qui sta il punto: Gesù, alla fine, compie il miracolo «atteso» dagli scribi, ma lo considera come un’azione residuale, marginale rispetto alla remissione del peccato, all’instaurazione della relazione (di fede, di fiducia, di stima, di rispetto…). Gesù conosce bene il limite insito in ogni azione: di non essere in grado di cambiare il contesto dato, mentre era proprio quella l’intenzione del suo annuncio. Sono solo le relazioni, le reciprocità che possono modificarlo. Anche noi, allora, possiamo compiere dei miracoli se interpretiamo il nostro stare al mondo secondo una prospettiva relazionale e con il fine di cambiare il contesto dei rapporti esistenti. Avete già compiuto dei miracoli di relazione? Raccontatemeli, scrivendo a claudio@accaparlante.it