Ai confini della riabilitazione

01/01/1999 - Roberto Ghezzo

I confini sono fatti anche per sconfinare, ma ciò rischia di creare qualche confusione, non solo nelle mani semplici di noi assistenti di base, o operatori sociali. Insomma, di noi addetti ai lavori. Uno spazio di interviste a contrabbandieri e a guardie doganali: tutto può accadere quando si è…La parola riabilitazione fa pensare qualche volta a chi, accusato come colpevole di qualche fattaccio, risulta alla fine innocente. La presunzione di innocenza nei confronti delle persone disabili passa anche attraverso un diverso modo di percepire le attività che li vedono protagonisti: non tanto per “riabilitare”, dare la possibilità di discolparsi a chi nel passato è stato emarginato per qualche motivo, né nel senso di tornare ad una situazione di normalità, quanto per dare la possibilità di rendere abile in modo diverso la persona con deficit o svantaggiata, renderla divers-abile. Ultimamente gira questo vocabolo, diversabile, che non ci dispiace: tra parentesi il normodotato, termine che tutti siamo, credo, costretti ad usare, ma che in genere si ritiene abbastanza brutto, lascerebbe il posto a normabile (che è un po’ meglio, purché non si pensi ad un normodotato con l’impermeabile).
Solitamente si concepisce il terapista come colui che applica una terapia ma esso stesso non è destinatario dell’azione. Potrà sembrare una banalità sottolineare che l’utente non è il riabilitatore ma il riabilitando. Esistono invece delle attività che sicuramente hanno anche ricadute in chiave di riabilitazione, ma che si rifanno ad altri modelli, ad altre modalità di rapporto tra disabile e colui che lo aiuta nell’attività. Prendiamo, ad esempio, in considerazione i termini disciplina (sportiva, marziale, eccetera), animazione (concetto abbastanza vago e da approfondire), laboratorio (artistico, teatrale, eccetera), dove il rapporto tra operatore ed utente è diversamente inteso rispetto a quello tra riabilitatore e riabilitando. In una disciplina come lo judo abbiamo di fronte un maestro e un discepolo, non ci sono da una parte un operatore e dall’altra un utente: il coinvolgimento del maestro e dell’allievo nei confronti della disciplina non è qualitativamente diverso se non nei livelli di consapevolezza. Entrambi usufruiscono della disciplina, entrambi sono “utenti”: nello stesso tempo entrambi sono “operatori” della disciplina, in grado diverso. Ciò avviene, ad esempio, anche tra allenatore e giocatore: due ruoli al servizio di un unico sport. Lo vedremo nell’intervista, che segue, ad un allenatore di calcio in carrozzina.

Respons-abilità

Un problema centrale delle persone disabili, cioè quello di relazionarsi quasi tutto il tempo con operatori che hanno presente innanzitutto il loro deficit, impedisce di fare un salto di qualità, impedisce al disabile di ricoprire più ruoli, di giocare più giochi. Per scongiurare questo pericolo, in un centro, che ho avuto modo di visitare a Lisbona, dove si facevano delle attività artistiche con allievi disabili, è stato scelto innanzitutto un maestro, un artista affermato, gli si sono dati gli strumenti che ha richiesto e si è iniziata l’attività. L’interesse di questo maestro è sempre stato spostato sul risultato artistico, più che sul deficit dell’allievo. Questo evidentemente non significa non aver consapevolezza del deficit, ma significa dirsi che il motivo per quella attività non è di fare terapia ma di fare arte. Ho la sensazione che, di fatto, chi lavora nell’ambito handicap, che ha i ferri del mestiere, che conosce i suoi polli, tante volte sforzandosi di emancipare il disabile dal deficit, essendo questo uno dei principali bisogni dell’utente, ottiene l’effetto contrario. Ma non per cattiveria o poca bravura: proprio perché il rapporto è di un certo tipo, proprio perché noi tutti addetti ai lavori, volenti o nolenti, abbiamo dei limiti, dati dal nostro ruolo e dalla nostra deformazione professionale. Quando il mio allenatore di calcio in carrozzina mi dice che innanzitutto vede nel giocatore un atleta e non un disabile, in qualche modo lo invidio, perché la mia forma mentis, il mio ruolo, in quanto assistente di base o educatore, mi induce invece a comportarmi in un certo modo, cioè da adb e da educatore. Non c’è niente di male in questo, se non proprio nel fatto che spesso un disabile ha più a che fare con me o persone come me, che altro. Se nella vita del mio utente io e gli altri addetti come me giocassimo un ruolo di secondo piano, forse la mia deformazione professionale non sarebbe un problema; ma siccome purtroppo nella maggior parte dei casi ancora non è così, bisogna prenderne atto e cercare delle soluzioni.
Una di queste è tentare, per quanto possibile, di spostare il peso del rapporto sulla azione, sul suo significato (che sia fare sport, arte o quello che si vuole); ciò dà la possibilità di equilibrare il rapporto perché non c’è più un unico destinatario dell’azione (l’utente) ma c’è innanzitutto un cammino da fare entrambi.
Il ruolo dell’educatore e il ruolo dell’allenatore sono due ruoli diversi, ed è importante non confonderli. Il lavoro dell’assistente di base è un lavoro di respons-abilità perché devo essere abile a rispondere, e ad aiutare a rispondere, ai bisogni del mio utente, bisogni che sono in parte determinati e comunque sempre influenzati dal deficit dell’utente. La responsabilità dell’allenatore è invece, per così dire, più limitata, centrata, meno generica: l’allenatore deve rispondere al bisogno di fare sport di una persona. Non è in questo caso il deficit a creare il bisogno, perché tutti (maschi e femmine, giovani e anziani, normabili o diversabili, eccetera) possono sentire questo bisogno. Il bisogno non è tanto l’espressione di una mancanza nell’individuo, come siamo portati a pensare noi che ci relazioniamo molto a bisogni “influenzati” decisamente dalla presenza di un deficit, di una mancanza. Il bisogno è l’espressione di qualcosa che c’è, di qualcosa che necessita casomai di un aiuto (quello di noi operatori) per svilupparsi.

Archimede riabilitatore

Penso che più i riabilitatori impareranno ad ispirarsi anche ad altri modelli che non siano pesantemente influenzati dalle scienze e più ci sarà la possibilità di aumentare in qualità il rapporto. Prendete questo sfogo per quello che è: basta con le analisi scientifiche o pseudo-tali, basta con la truppa di medici, psicologi, pedagogisti, eccetera. Si fa per dire... ma basta comunque con il rapportarsi al deficit dandogli più importanza di quella che ha. Bisogna spostare l’attenzione dal deficit a quello che posso fare con ciò che ho come potenzialità e su come posso essere protagonista dell’attività che scelgo per esprimermi.
In altre parole: riabilitare non è solo un fatto scientifico ma culturale, perché “aiutare a diventare abili”, infatti, è sempre in relazione agli obiettivi che ci poniamo, è sempre un imparare a fare delle cose. Che cosa è richiesto, ai disabili, di fare? O di diventare? Cosa si richiede loro, nella nostra cultura? In una visione molto medico-scientifica, il riabilitatore deve raggiungere obiettivi di efficienza, misurabili. Benissimo. Ma un allenatore, per tornare all’esempio, vuole raggiungere anche altri obiettivi, legati a logiche diverse. La vita è fatta da un insieme di giochi che, come dice Wittgenstein con la sua teoria dei giochi linguistici, non sono riducibili ad un unico gioco, ma ognuno ha delle proprie regole, una propria bellezza. Porre tutti gli sforzi, come spesso si fa anche perché non ci sono le forze, solo su un unico gioco, quello della riabilitazione-tornare alla normalità, è ridurre la persona con deficit al deficit, identificandola col deficit. Perfino l’itinerario stesso di acquisizione di abilità, alla fine, non permette alla persona di utilizzare queste stesse abilità per venire fuori dal sistema della riabilitazione (vedi nell’intervista di Marco Grana a Massimo Manferdini, il riferimento alle aberrazioni cui possono andare incontro i centri diurni). In altre parole un sistema di servizi, se è chiuso in se stesso, non può essere di vero servizio alla persona.
Ogni gioco è un mondo con le sue regole, e come non esiste un unico gioco, un’unica logica, un’unica bellezza, così non ci può esser un unico modo per fare riabilitazione. Quelli che dicono che tutto è riabilitazione, intendendo tutto è terapia, sbagliano. Esiste un modo di far riabilitazione che è tutto fuorché terapia: vedasi il calcio in carrozzina, sport inventato da un gruppo di spastici, che da un punto di vista terapeutico può essere consigliato a tutti, fuorché agli spastici. Tant’è: perfino la pallavolo, sport apparentemente innocuo, fa male: anzi è al primo posto negli sport che provocano traumi agli arti!
Dare dei punti di appoggio sui quali poter sollevare più mondi (parafrasando liberamente Archimede): forse questo è un vero atto di riabilitazione, perché prova l’innocenza e perdona, perché riabilita anche l’operatore, il maestro, l’allenatore, il cui vero alibi è sempre la bellezza di quello che si fa, del gioco che si gioca.

Parole chiave:
Sanità e riabilitazione