Affido familiare: una storia fra tante

01/01/2003 - Alberto e Teresa Cuppi

Alberto ed io, Teresa, ci siamo sposati nel 1987. Come altre giovani coppie appena sposate, ci chiedevamo come sarebbe stata la nostra famiglia dopo qualche anno di matrimonio. Cosa

 

dovevamo fare e quali erano la ricchezza e il ruolo che avremmo potuto svolgere nel piccolo mondo della quotidianità? Avevamo entrambi la propensione ad incontrare e a fare entrare in casa e nel cuore la gente, ma non sapevamo come si sarebbe declinata questa "apertura". La risposta ci venne, senza averla cercata intenzionalmente, da un piccolo amico di dieci anni che conoscevamo da tempo e che per alcuni mesi aveva bisogno di trovare una casa che lo accogliesse. Venne da noi per quattro mesi, convinti che fosse soltanto una questione di orari: “dalle 8,00 alle 17,00 è a scuola, quindi si tratta soltanto di stare con lui dalle 17,00 alle 21,00 orario in cui va a letto”. Ci rendemmo però subito conto che i conti non tornavano: già alla fine della prime settimana eravamo stremati, tanto che il sospirato week end lo passammo a dormire. Al termine di questa breve ma totalizzante esperienza, avevamo comunque chiaro che una forma concreta del nostro slancio ad accogliere era l’affido familiare. Non abbiamo avuto il tempo di ragionarci troppo su, che un bimbo di due anni e mezzo era già in casa nostra: ci sarebbe stato, così ci dissero, probabilmente per sei mesi, un anno… Sono passati sedici anni e I. è ancora con noi, sempre in affido. Quando arrivò era solo, mentre oggi gli fanno compagnia (si fa per dire) cinque fratelli che abbiamo generato noi e una ragazzina in appoggio familiare per due giorni la settimana e per le vacanze. Durante questi anni abbiamo visto passare dalla nostra casa (ma non dal nostro cuore dove sono rimasti) altri bambini, con storie e bisogni differenti, con genitori più o meno presenti e fardelli più o meno pesanti, tutti con l’implicita richiesta di essere accolti e amati nella loro concretezza. Insieme a ciascuno di loro entravano nella nostra casa anche una fatica in più, impegni supplementari di incontri/scontri con gli operatori, confronti con i genitori naturali, complessità di organizzazione quotidiana, dialogo più serrato e verifiche non sempre indolori a livello di coppia… ma mai abbiamo pensato che la posta in gioco fosse troppo alta. Abbiamo anche attraversato (e non è detto che siano finiti…) momenti difficili, come tutti del resto, ma questo “complicarci la vita” ha costituito per noi la strada maestra in cui imparare le relazioni, familiari e non, e in cui sperimentare il coraggio di generare dei figli in un mondo che sembra non curarsi affatto dei piccoli; di pari passo con la crescente consapevolezza che i figli non ci appartengono, andavano l’energia e l’entusiasmo che ogni volta ci facevano dire sì ad una nuova vita, sentendoci accollata una responsabilità sopportabile rispetto al destino e alla felicità di ognuno, e mai ci siamo sentiti sopraffatti dagli eventi. Abbiamo imparato sulla nostra pelle che l’uomo non può pensare né tanto meno essere autosufficiente e che la cosa migliore, quando si è in una condizione di bisogno, è quella di chiedere. La nostra famiglia ha sempre abitato in un condominio di città, frequentato la parrocchia nel cui territorio abitava, condiviso con le altre famiglie la fatica dell’isolamento in cui tenta di rinchiuderci il ritmo frenetico, la paura dell’altro, la nostra presunta autosufficienza. Non avevamo, cioè, intorno una realtà che avesse scelto di condividere l’accoglienza o per lo meno di supportarci ai fianchi, ma non essendo dotati di poteri particolari tipo Superman, fin da subito ci siamo lasciati educare dal bisogno, chiedendo a chiunque conoscessimo più o meno bene, a volte anche con apparente sfrontatezza e faccia tosta; si è così creata intorno a noi e alla nostra effervescente famiglia una rete di solidarietà che è andata cambiando ad ogni trasloco, ma che non si è mai indebolita o rotta. E in questa trama di aiuti abbiamo scoperto che ognuno dà la ricchezza che gli è propria, trovandoci spesso noi, che avevamo avuto bisogno, a sentirci dire grazie da coloro che erano stati “angariati” per dare una mano. D’altro canto, l’importanza e la lettura che abbiamo imparato a dare ad ogni avvenimento ci hanno arricchito di uno sguardo diverso, di uno stile più sobrio, per cui l’accoglienza è diventata un modo di vivere (cioè, noi ci sforziamo che lo sia… i risultati poi…) così che diventando grandi cerchiamo di non escludere nessuno e di godere della ricchezza che ciascuno ha da portare nella nostra vita.