01/01/2001 - Daniele Barbieri

Umano è. Come la fantascienza racconta l'universo-handicap

Siamo nell'epoca della "quarta non-depressione": il protagonista-Varley nei suoi vagabondaggi incontra un muro nel deserto. Lì sorge Keller, la città utopica fondata da un gruppo di sordo-ciechi, da quella fetta di "geni, artisti, sognatori, agitatori... magnifici pazzi", presenti fra le 5mila persone prive di vista e di udito che erano nate 30 anni prima, tutte nel giro di pochi mesi, per le conseguenze di alcune epidemie. Incuriosito, l'uomo decide di entrare. Incontra una ragazza, Pink e si affanna a parlarle in Braille per scoprire poi che lei non è sorda e cieca. "Qui lo sono solo i genitori, io sono una dei figli". Sarà proprio Pink a condurre il protagonista in quella città aliena, a raccontarne la storia. "Non era mai esistita una comunità auto-sufficiente di ciechi-sordi (...) Partivano da una lavagna vergine, senza modelli da seguire".
Gli abitanti di Keller girano e lavorano nudi. Parlano il linguaggio - anzi, i linguaggi - del corpo. E hanno sviluppato idee nuove in quasi ogni campo del sapere. Sempre più affascinato, l'uomo decide di restare per capire, per collaborare. Ci sono ovviamente regole da seguire; per esempio, lasciare qualcosa che blocchi il passaggio è vietato perché può danneggiare chi non vede. Il tempo passa e il protagonista si sente "in comunione" con queste persone da lui così diverse. Ma un giorno dimentica un innaffiatoio sul sentiero e una donna si ferisce. Errore grave, perché "il loro sistema poteva funzionare solo sulla fiducia". Così si riunisce "una specie di commissione, chiamiamola una giuria (...) Tutti avevano l'aria molto triste nel dover decidere di punirlo". Il processo si svolge perlopiù nel
linguaggio delle mani, salvo qualche frase detta da Pink. È riconosciuto colpevole e alla fine gli viene formalmente chiesto se accetta la condanna (che la giuria deciderà poi) o se preferisce lasciare la città. Sceglie di essere punito, secondo regole che ancora non conosce. E allora, con grande solennità, la donna ferita... lo sculaccia. "Più tardi ci pensai sopra parecchio. Sculacciare gli adulti è una cosa inaudita, sapete, anche se non mi venne in mente che dopo molto tempo (...) Avevano una punizione più severa, riservata alle colpe ripetute o intenzionali. Non dovevano usarla spesso. Consisteva nell'emarginarti. Nessuno ti toccava per un dato periodo di tempo". Un estremo ostracismo.
Varley descrive questa immaginaria città con grandissima partecipazione, ma senza abbandonarsi all'illusione che tutto sia facile-felice anche per quelli che l'hanno fondata o che vi sono nati. Però, "ciò che avevano creato s'avvicinava, per quanto era possibile in questo mondo imperfetto, a un modo sano e razionale di esistere senza guerre e con la politica ridotta al minimo (...) Non la sto proponendo come soluzione ai problemi del mondo. È possibile che possa funzionare solo per un gruppo con un interesse comune vincolante e raro come la sordità e la cecità. Non mi viene in mente nessun altro gruppo con necessità tanto inter-dipendenti". Il protagonista lì è felice; "l'unico visitatore in 7 anni che si fosse fermato più di qualche giorno". Eppure sente forte la spinta di andarsene ogni volta che sorge un problema di incomunicabilità (o di affettività-gelosia verso Pink). Non si sente come loro; sa di non esserlo fino in fondo. E anche se "quelli erano i migliori amici mai avuti", un giorno decide che deve andarsene. Passano 6 anni e là fuori tutto va bene per lui. In apparenza. Ma un giorno d'improvviso sente che deve-vuole tornare a Keller. "Mi trovai a correre nel deserto del Nevada, sudando, aggrappato al volante. Piangevo, ma in silenzio, come avevo imparato a fare a Keller. Si può tornare indietro?". Forse no e infatti trova quasi tutto cambiato e ha paura di aver perso la sua occasione, "il suo incantesimo". Pink però lo ha aspettato e dice che gli farà un dono. E con poche frasi anche Varley sa donare ai lettori uno straordinario finale. "Alzò le mani e mi toccò leggermente gli orecchi con le dita fredde. Il suono del vento cessò e quando le sue mani si staccarono non tornò più. Mi toccò gli occhi, escluse la luce, e non vidi più. Ora viviamo nell'incanto del silenzio e della tenebra".

Parole chiave:
Cultura, Emarginazione