06-Tutti i nostri alieni nel cuscino

01/01/2001 - Daniele Barbieri

Umano è. Come la fantascienza racconta l'universo-handicap

C'è uno scrittore di fantascienza, Orson Scott Card, che ha fatto dello "xenocidio", dello sterminio degli alieni, il cuore di alcuni straordinari romanzi a partire da Il gioco di Ender(16). Ed è ancora lui che, senza falsi pudori, ci trascina in quest'incubo, nell'ordinario delirio di chi sa che il suo handicap potrebbe essere un comodo capro espiatorio... e infatti lo diventa(17). "Non ci resta che buttarlo lì, che si rompa quel suo piccolo collo spastico". Così i cattivi ragazzi, i normali, che seviziano e
poi decidono di uccidere Carpenter, il loro insegnante, in apparenza "colpevole" di essere severo ma in realtà odiato perché su una sedia a rotelle. La vicenda è ambientata nel dopo-bomba, dunque in un classico scenario della sfi, ma in fondo potremmo essere in una qualunque Rimini (o fate voi) del mondo reale. Ciò che Orson Scott Card evidenzia tacitamente è proprio quanti collegamenti vi siano fra quelle desolazioni materiali post-guerra e queste nostre che sono "solo" morali. Per 20 spietate pagine, Carpenter cerca prima di comunicare con i ragazzi attraverso la tastiera d'un computer (unico modo per lui di parlare; o meglio l'unica maniera
comprensibile all'altrui arroganza), poi di difendersi sia dall'aggressione che dal suo corpo che s'attorciglia nel dolore, e infine semplicemente di sopravvivere. Sempre chiedendosi se anche lui sia colpevole (di cosa? perché?) verso quei suoi piccoli, crudeli, ordinari, banali nemici. Ce la farà a salvarsi. E la sua vendetta - o è il suo perdono? - sarà terribile. Non denuncerà gli aggressori. Così loro "si sarebbero ricordati per sempre che un giorno avevano lasciato che uno storpio morisse, non sapeva che significato avesse per loro, ma avrebbero ricordato". Se per i ragazzi vi sarà espiazione e/o redenzione non ci è dato sapere, perché questa parte del romanzo (solo uno dei fili di una più complessa trama del vivere appunto sull'"orlo" dell'abisso etico) termina nel modo più imprevedibile e aperto a varie interpretazioni. Non appena Carpenter intuisce che Pope, uno dei suoi studenti-aguzzini, vorrebbe parlargli lo aspetta... ma il ragazzo non ce la fa. Esce. Non sappiamo cosa c'è nella sua testa ma Scott Card ci dice che agli occhi di Carpenter sembra essere il vento a portarlo via, come fosse un aquilone. Non è vero - pensa poi - si tratta solo di una corrente forte che trascina tutti. La frase finale infatti suona così: "Tutti i corpi del mondo vengono afferrati dalla stessa corrente, dallo stesso vento, si gettano nello stesso fiume, nelle stesse strade. Per finire impigliati in qualche ostacolo, in qualche cimitero, sa Dio dove o perché". Forse questo immaginario Carpenter rovescia sugli altri il suo tormento di "capro espiatorio" o forse la sua non-vendetta è la suprema (e per tanti difficile da capire) forma di perdono. A ben guardare anche questa così anormale scelta evidenzia che la presunta superiorità dei normali poggia sulla sabbia.

Facciamo un piccolo salto indietro nel tempo, come conviene a chi si muove nella fantascienza. È difficile fino agli anni '70 (se si esclude il già citato Sturgeon) che autori famosi affrontino l'handicap direttamente. Molto spesso però possiamo intravedere nei mutanti l'ombra lunga dei diversi perseguitati, degli alieni. Se "i negri verdi"(18) sono chiaramente la metafora del razzismo negli Usa, in altri fra coloro che vengono discriminati - telepati, longevi o semplicemente la bimba che nasce con 6 dita su un piede - quali altri roghi, oltraggi, apartheid possiamo decifrare? C'è un racconto(19) che mostra, quasi come in un catalogo degli incubi, le 100 facce di questa intolleranza. In The Wheels of God di Paul Darcy Boles si parte dal paradossale spunto di rendere tutti handicappati. Un giorno, senza un perché negli Stati Uniti ogni persona si sveglia senza piedi e con rotelle sotto le gambe. È comprensibile lo sconcerto generale ma poi tutto sembra andare per il meglio: non solo l'umanità si riorganizza ma i più magnificano questa splendida evoluzione. Quando però un tal Ronald Starr nasce con i piedi e dunque si accorge di come sia difficile campare da diverso. Un paradosso per certi versi simile viene proposto in epoca di "samizdat" dal cecoslovacco Egon Bondy (cfr box a p. 41) e da un allucinato, sconcertante, provocatorio romanzo di Bernard Wolfe (cfr box a p. 45).

Dal 1974 cecoslovacco-brezneviano facciamo un doppio salto: indietro nel tempo al 1955 e avanti nello spazio fino a un pianetino che ora non c'è ma che - la fantascienza può dirlo, al contrario delle favole - forse "ci sarà una volta". Non è, almeno in Italia, uno scrittore particolarmente famoso F. L Wallace tant'è che pubblicando Destinazione Centauro(20) sia la copertina che la nota introduttiva omettono di specificarci il nome di battesimo. Di lui, che non va confuso con un altro paio di Wallace attivi ai margini della sfi, a quanto pare pochissimo è stato tradotto(21). Eppure dobbiamo a quest'autore minore la visione forse più completa, certo inquietante, sulla possibilità/impossibilità di convivere fra normodotati e disabili.

Parole chiave:
Cultura, Emarginazione