01/01/2001 - Daniele Barbieri

Umano è. Come la fantascienza racconta l'universo-handicap

Chi diavolo è questo "diverso"? Da chi o cosa, e secondo chi, sarebbe differente? Ecco come riassume la faccenda Ursula Le Guin(10). "Il problema sollevato è quello dell'Altro, dell'essere che è diverso da te stesso. Può differire nel sesso; o nel suo reddito annuale; o nel modo di parlare, di vestire o di agire; o nel colore della pelle; o nella quantità di gambe e di teste che ha". O negli spasimi che scuotono il suo corpo, si potrebbe aggiungere; o nell'infinito desiderio di comunicare ostacolato da un handicap o - è forse la stessa persona ma vista con gli occhi della paura altrui - in un "vergognoso" (per chi?) filo di bava che gli scorre sempre vicino alla bocca.
La non vastissima comunità che in Italia legge abitualmente la buona fantascienza(11) sa probabilmente indicare all'istante alcuni titoli-chiave sull'Alieno sessuale o razziale; con qualche riflessione in più potrebbe individuare anche alcuni Alieni culturali e sociali. Ma esistono differenze che, direttamente o in maniera metaforica, rimandano alle disabilità, all'handicap? Dunque scrittori-scrittrici di sfi hanno affrontato la questione di petto? Sì, ci sono. Forse non moltissimi ma quasi sempre di
eccezionale impatto emotivo. Perché molti appassionati di fantascienza faticano a ricordare questi titoli? Opera qui forse una doppia censura o rimozione. La prima è probabilmente ancora numerica: se esistono meno autori/autrici che sanno confrontarsi con questo Alieno, beh deve essere una questione meno importante. La seconda è nella testa di chi legge: spesso è turbato/a ma, con un meccanismo ben noto, preferisce allontanare da sé (in modo più o meno inconscio) l'oggetto dell'imbarazzo e la domanda "cosa davvero mi inquieta?".
Da qui in poi cerco dunque(12) di costruire uno specifico percorso di lettura per individuare come la sfi - o almeno quella tradotta in Italia - abbia affrontato i problemi (o sarebbe più giusto usare un neutrale "fenomeni"?) posti da Handicap City o da "Handicap Haven", come si chiama appunto "il ghetto spaziale" di un romanzo-simbolo che racconteremo in dettaglio.

"Lei stava cercando di raggiungere la coperta con le mani malferme. Considerato che non era nemmeno capace di alzarsi dal letto, non era uno spettacolo. Cooper le porse il bordo della coperta.
-No - disse lei in tono reciso - Regola numero uno. Non aiutare mai un handicappato se non è lui a chiederlo espressamente. Non importa se fa fatica. Deve imparare a chiedere e deve sforzarsi di fare tutto ciò che gli è possibile fare.
-Mi dispiace, non ho mai conosciuto un handicappato.
-Regola numero due. Un negro può chiamare se stesso negro e un handicappato può riferire questo nome a se stesso, ma Dio abbia misericordia dei bianchi sani che usano una o l'altra di queste parole".

Così in un lungo, denso racconto di John Varley(13), scrittore che in un'altra occasione, lo vedremo più avanti, metterà la cecità al centro d'un suo romanzo. Quel che lo sferzante dialogo, riportato qui sopra, suggerisce è che il modo "giusto" per scrivere di handicap non sia nascondere (in nome della retorica "buonista" tanto alla moda?) che problemi possano esistere da una parte o da entrambe. Oppure negare (come la politically correct la quale trincera i fatti dietro i nomi) che le differenze fisiche e psico-fisiche talora suscitino mix di curiosità (prevalentemente positivo) e di paura... E che naturalmente prevarrà il primo o il secondo di questi
sentimenti a seconda dei contesti - storici, culturali, sociali - e delle vicende/esperienze individuali. Come sempre, nella buona letteratura e nel pensiero "ricco", c'interessa il punto d'arrivo ma soprattutto quei viaggi (faticosi, istruttivi, pieni di scorie) che cambiano in profondità i viaggiatori, il loro sguardo e la meta stessa.

Ancora un protagonista con handicap. "I piloti erano completamente sordi per necessità (...) Una persona dotata di udito normale non poteva pilotare un'astronave in mezzo ai punti di sfasamento e uscirne con la mente intatta"(14). Al contrario di Ulisse che rischia, ma solo per un po', la sanità mentale per ascoltare le Sirene (o dei suoi compagni che possono evitare del tutto ogni pericolo tappandosi temporaneamente le orecchie) qui il volo spaziale è praticabile solo da chi rinuncia - per sempre - ai suoni ma anche alla musica (tanto amata dal personaggio di questo romanzo). Sentire, non poterlo fare, ascoltare "cose diverse" è uno dei temi sotterranei di questa bella storia che non narra l'handicap come menomazione ma come una chiave per entrare in una vita diversa (dove ci sarà meno di qualcosa e più di qualcos'altro). E la dedica iniziale è divisa fra un "a Joje, che sente la musica" e un "ai miei amici sordi che mi hanno insegnato tante cose sulla vita e l'amore. La loro è una musica diversa, scritta nell'aria. Sono persone speciali. Grazie". Non stupisce a questo punto apprendere che l'autore, Jack Caroll Haldeman (secondo, perché fratello del più famoso Joe, anch'egli scrittore di fantascienza) è sordo dalla nascita.

Come era già accaduto a proposito della pelle di alcuni alieni-razziali, anche l'handicap è giudicato talmente poco importante da Loren Mac Gregor che nel suo romanzo d'esordio (15) solamente a pagina 40 il lettore scopre - da una frase gettata lì per inciso - che una delle protagoniste è senza gambe. Non è un effetto choc, all'opposto: la notizia è scritta in modo che possa sfuggire, come per far capire che davvero non interessa in questa storia il grado di "normale" abilità. L'opposto dello stereotipo pietistico che sottolinea un handicap con frasi che in apparenza vorrebbero indicare come sia lieve, e dunque vicino alla norma, ma così facendo svelano la loro perversa concezione per cui anche un solo dito in meno (o in più) sminuirebbe l'essenza umana. Quel nero insomma è quasi un bianco: un altro sforzo, magari un po' di creme o un piccolo trapianto della pelle e può farcela... a uscire dalla giungla. E a quel disabile si può dedicare (in letteratura o nei mass-media) un po' di spazio perché ha saltato 2 metri con una gamba sola o perché ha compiuto un'altra impresa insolita e dunque... riceverà il patentino ad honorem della normalità. Razzismi mascherati, come in tanto "voyerismo" televisivo; è la totale incapacità di confrontarsi con la diversità che oltretutto si bea della propria presunta bontà nel rilasciare visti d'ingresso nel Paradiso di quelli che hanno tutto a posto.

Parole chiave:
Cultura, Emarginazione