01/01/2001 - Daniele Barbieri

Umano è. Come la fantascienza racconta l'universo-handicap

Senza dubbio vi è qualche timido o inconscio dissociarsi dal modello Wasp contro Bem. Inezie di cui ben pochi s'accorgono. Poi lentamente alcuni introducono il dubbio: se sotto quella pelle verde o azzurra battesse un nobile cuore? O addirittura - dirà poi Thedore Sturgeon a proposito del suo Nascita del superuomo(5)- se gli stranieri, fossero migliori di noi, se la nuova super-razza non fosse venuta dalla galassia (o sorta fra noi) per dominarci, per minacciarci con super-armi ma piuttosto per offrirci una super-filosofia, per stupirci con la loro super-gentilezza, per raccontarci una super-solitudine, per insegnarci una maniera diversa d'amare? Desiderio e paura, possibilità e rischio; se lo scopo della fantascienza è (ancora Sturgeon) "svegliare il mondo sull'orlo del possibile" allora può darsi che alcune delle sue storie semplicemente c'insegnino a diversamente guardare anche l'esistente: la realtà contiene più di quanto si scorge a una prima occhiata. È spesso il cervello a essere socchiuso (o arrugginito) anche quando gli occhi sono bene aperti. Come nel celebre disegno di Hill dove di solito c'è chi scorge solo la fanciulla e chi unicamente l'anziana ma bisogna faticare per scoprire che vi sono entrambe, l'una mescolata nell'altra.
Che l'alieno o il mostro risultino tali solo perché guardati troppo in fretta e non capiti, che abbiano qualcosa da insegnarci, è il filo sotterraneo che scorre a esempio dentro le 3 storie che portano Sturgeon a scrivere il citato Nascita del superuomo. Un brevissimo accenno alla trama basterà a capire quanti luoghi comuni siano rovesciati, quanti sguardi diventino obliqui per poter scoprire altre possibilità. Contrariamente a tutta la fantascienza che immagina un super-uomo che da solo si fa dio, in Sturgeon la faticosa, sofferta nascita-evoluzione di "qualcosa più che umano", d'un Homo Gestalt, può avvenire solo grazie alla fusione di individui diversi, uno dei quali è considerato un "idiota".

È necessario compiere altri passi. All'inizio di questa presa di coscienza che rende la fantascienza matura (e finalmente inquietante in profondità) vengono riconosciuti come interlocutori solo alcuni cosiddetti Hilf (cioè Humanoid Intelligent Life Forms), talmente simili a noi da farci malignare che forse lo sforzo d'accettazione sia misurabile in millimetri. Poi, negli anni '50 e dunque contemporaneamente a Sturgeon, arriva quel Sentinella con cui abbiamo aperto il nostro viaggio.

Lo choc di Sentinella è salutare. Nel relativamente ristretto mondo degli scrittori di fantascienza (e in quello più vasto di lettori e più avanti anche di lettrici) è come se fosse stato scoperto un micro-scopio. O un macro-scopio. La strada indicata da Brown viene dunque esplorata. Dalla fine degli anni '50 in poi, un drappello - relativamente folto - di autori e successivamente di autrici affronta in modo straordinariamente sovversivo il tema dell'incontro con l'alienità, scoprendo ciò che gli altri scrittori avevano tenuto celato o che non potevano vedere nella loro cecità ideologica. Se in Italia (contrariamente ad esempio alla vicina Francia) questo serbatoio di sguardi e di inquietudini è poco conosciuto, osteggiato da critici e intellettuali, dipende da antichi e radicati, quanto ingiustificati, pregiudizi verso la sfi non meno che verso la scienza e comunque verso ogni forma di letteratura popolare (spiegarne le ragioni comporterebbe un lungo viaggio, con soste fra il lontano Gramsci e il recentissimo Luther Blissett, che ovviamente qui non può essere intrapreso).
La data dunque del cambiamento, lo sguardo copernicano sulla diversità è nel cuore degli anni '50.

E considerato che parliamo di una letteratura a dominanza statunitense va notato che è un fenomeno in totale contro-tendenza rispetto alle diffuse paranoie da fine del mondo. Ci sono confini da spostare, dentro e fuori di noi; cominciano finalmente ad apparire ridicoli coloro che vorrebbero difenderli con le armi come quei pupazzi con laser della prima, ingenua fantascienza. Le angosce delle maggioranze sono reali o indotte, giustificate o fasulle? "Dimmi, se al mondo tutti fossero ciechi meno un
sol uomo, non ci sarebbe la tentazione a dire che la vista di quell'uomo è un'allucinazione?" per rubare la frase a Isaac Asimov. Non a caso l'ultimo citato è uno scienziato prima che un letterato. E non per caso molti scienziati useranno la sfi per dire l'indicibile (almeno negli Stati Uniti dell'ossessione imperiale, dell'egocentrismo totale) e insieme per raggiungere un pubblico più vasto. Come accadde a Leo Szilard, uno dei "padri pentiti" della bomba atomica che spiegò(6) "il quesito è: gli americani sono liberi di dire tutto quello che pensano, visto che non pensano quel che non sono liberi di dire?".
Prima di entrare nel vivo dello scontro-incontro tra sfi e ciò che definiamo handicap, è bene rispondere a una possibile obiezione: questo elogio della fantascienza significa sminuire le altre forme di narrazioni-confronti sulle diversità? Certamente no. Ma esistono almeno due eccellenti ragioni (anzi ad avviso di chi scrive, due clamorose evidenze) per credere che abbiamo anche bisogno di nuove utopie, d'un più ricco immaginario. La prima è che sul "controllo dei sogni" si gioca una partita
quasi epocale(7). La seconda è che "per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo"(8). Nel nostro caso se alcuni guai del diffuso razzismo verso chi abbia un handicap trovano una loro rappresentazione nell'immaginario collettivo, beh sarà il caso che anche su questo terreno ci attrezziamo. Per superare quella "sorta di mutilazione antropologica che uccide la possibilità di pensare a un mondo altro da questo"(9).

Parole chiave:
Cultura, Emarginazione