01/01/2004 - Redazione

E' morta Rosanna, la mamma di Claudio Imprudente. Da tempo era gravemente malata e fino all'ultimo è stata amorevolmente assistita presso la Comunità "Maranà-tha". Vogliamo ricordarla con questa intervista che è stata pubblicata nell'ultimo libro di Claudio, "Una vita imprudente" (Trento, Erickson, 2003). Ne approfittiamo anche per ringraziare tutti coloro che sono stati vicini a Claudio, alla sua famiglia e alla Comunità.

Ho pensato di farvi raccontare i miei primi anni da qualcuno che direi mi conosce bene, una persona a caso: la mia mamma. Un amico insegnante, Riziero Zucchi, le ha rivolto qualche anno fa delle domande per capire meglio il punto di vista dei genitori di figli “diversabili”, le modalità attraverso le quali si rapportano all’esperienza scolastica dei figli e, in generale, alla loro crescita.

Riziero: Vorrei chiederLe di raccontarci l’esperienza scolastica di Claudio, a partire dalle sue fasi iniziali.

Rosanna: Ha avuto un’esperienza meravigliosa in una scuola speciale riservata esclusivamente a soggetti spastici. Le scuole speciali erano una rovina, è vero, perché non davano risposte adeguate a diverse esigenze: c’era il disabile fisico, c’era il disabile mentale, c’era il soggetto iperattivo e il povero ragazzo in carrozzella era il più abbandonato perché bisognava stare dietro a quello che correva fuori. Invece lì erano tutti nelle stesse condizioni, più o meno gravi, ma nelle stesse condizioni. Avevano una maestra unica tutto il giorno, terapisti, logopedisti, insomma avevano tutto. Gli hanno persino insegnato a usare il denaro, attraverso un mercatino che era organizzato nella scuola con periodicità quindicinale. I bambini dovevano andarci con un po’ di  soldi e potevano comprarsi qualche cosa. Un giorno andai a prendere Claudio e c’era una bambina spastica che piangeva perché, essendosi dimenticata i soldi, non poteva comperare niente. Io volevo darle dei soldi e stavo per farlo quando l’assistente sociale mi trattenne dicendo: “No signora, perché così non impara a essere responsabile: si è dimenticata di chiedere i soldi alla mamma ma vedrà che la prossima volta non mancherà di ricordarsene”. Quindi una scuola che l’ha preparato davvero molto bene. Quando è passato alle medie aveva un corredo culturale molto buono; purtroppo ha avuto la sfortuna, tra virgolette, di incontrare tre ragazzi, proprio delle pesti, che però si erano attaccati a lui e lo portavano fuori, lo tiravano fuori dalla classe.

Riziero: Noi abbiamo notato che i bambini, quelli definiti più cattivi, alla fine sono quelli più attaccati e bravi.

Rosanna: Io in classe ho avuto un ragazzo spastico e nel banco vicino a lui ci è andato un altro ragazzino che stava ripetendo la prima media perché non aveva nessuna voglia di studiare, non stava mai attento. Vicino al ragazzo disabile ne è diventato il paladino, e stava molto più attento. Una volta che ho sgridato Fabrizio perché rideva, lui mi ha apostrofato: “Signora, perché lo sgrida?”. E io: “Perché lui è un alunno di questa classe e deve stare attento come stai attento tu!”. Il ragazzo poi è venuto a dirmi: “Signora, grazie!”.

Riziero: Claudio alle medie ha trovato questi amici, dicevamo…

Rosanna: Ha perso un po’ la voglia di studiare, c’era poi anche il fatto che da studiare ce n’era molto alle medie e lui tutti i pomeriggi doveva andare a fare terapia e per fare terapia venti minuti doveva stare via almeno tre ore, perché il pulmino lo veniva a prendere, lo portava e lo riportava a casa.
Poi al liceo non si è trovato bene: i professori, timorosi di rapportarsi a lui, non lo interrogavano, e quindi, concluso il terzo anno, quando aveva già iniziato a studiare filosofia in cui andava molto bene e il professore era entusiasta, io gli ho detto: “Claudio, o cambiamo liceo e andiamo da un’altra parte oppure te ne stai a casa”. Lui ha scelto di stare a casa, ha cominciato a leggere.

Riziero: Da tempo lavoriamo con i genitori perché pensiamo che il futuro sia una valorizzazione della consapevolezza e della scienza dei genitori. Io lavoro nella scuola e vedo che la scuola disprezza i genitori. Noi pensiamo che i genitori dei ragazzi disabili debbano essere necessariamente dei genitori speciali. Mi interessava innanzitutto il Suo parere su questo e sul percorso effettuatocon Claudio; ma soprattutto i fattori importanti per cui Claudio è diventato quello che è.

Rosanna: I genitori di figli disabili devono principalmente considerare i loro figli normali, questo  significa non porre la differenza: “Lui non può fare questo, non può fare quest’altro…”. Io, se necessario, in passato ho sgridato Claudio e continuo a sgridarlo tuttora. Per me lui è normale, ma lo è sempre stato, così è per me e lo era anche per mio marito. Quindi è stato sgridato quando occorreva. Poi bisogna pensare che gli altri bambini si lasciano andare fuori a giocare: anche loro devono stare fuori insieme agli altri. Capiterà che si sporchino, si facciano male, si graffino ma succede anche a tutti gli altri bambini. Quindi bisogna dar loro fiducia e non tenerli chiusi in casa, perché altrimenti non crescono, restano degli eterni bambini.

Riziero: Lei prima mi diceva della crescita di Claudio, e della necessità di una continua sollecitazione…

Rosanna: Continua, continua. Leggergli, parlargli continuamente, metterlo di fronte alle sue responsabilità. Quando cominciava già a scrivere i numeri, io e mio marito avevamo preso l’abitudine alla sera di giocare a carte per passare un po’ il tempo. Noi giocavamo e Claudio stava vicino a noi, così  scriveva i numeri e teneva i conti sul tavolo di marmo. Faceva il segnapunti; naturalmente ci voleva più tempo, ma noi aspettavamo, senza brontolare, e lui ha imparato a fare questo. Il tavolo dopo era da pulire, è vero, però anche se i bambini giocano per terra dopo occorre pulire, lui giocava sul tavolo… Bisogna principalmente dare fiducia. Si soffre tantissimo, perché lasciarlo andare fuori con un amico la prima volta è molto faticoso, poiché non si sa quello che succederà… Ma tenerlo in casa è peggio: lo si rovina. Un giorno ricevetti una telefonata: Claudio era uscito con un suo amico e si erano “inzuccati”; quando ritornarono a casa non dissi niente perché temevo che il ragazzo che guidava potesse prendere una sgridata dal padre. Ma internamente lo so io quello che ho provato! Non è successo niente di particolarmente grave, perché erano stati tamponati da una macchina; però lui si era rotto il naso. Però non credo che questo…insomma voglio dire che è più facile tenerselo in casa, è sicuramente più facile!

Riziero: Secondo Lei che cosa trattiene le mamme dei bimbi disabili dal dare fiducia?

Rosanna: Innanzitutto occorre precisare che le madri si sentono peccatrici, cioè si sentono addosso la colpa di aver procurato l’handicap al figlio.

Riziero: Ma chi glielo procura questo senso di colpa?

Rosanna: La gente, perché dice: “Come sei stata disgraziata, sfortunata”. Quindi la gente ha una grande responsabilità al riguardo. E poi, non saprei…

Riziero: Io ho un sospetto: che a volte ci siano molti medici che hanno questo atteggiamento nei confronti della disabilità, cioè formulano delle diagnosi che sono delle pietre tombali: “Signora, Suo figlio non ce la farà mai!”.

Rosanna: A me è capitato questo: il bambino era molto sveglio e, quindi, anche la dottoressa che l’aveva assistito la prima notte in cui aveva avuto delle crisi fortissime non mi disse che cosa pensava. Mi ricordo che Claudio nacque in marzo e verso Natale la dottoressa, il cui marito lavorava anch’egli all’ospedale come medico, mi disse: “Signora, venga che facciamo vedere il bambino anche a mio marito”; il marito le disse: “Guarda, quello che ti posso dire è che questo ragazzo è molto presente”. Ancora però non si era riusciti a capire cosa fosse necessario fare, anche perché non ci avevano spiegato ciò che era accaduto esattamente. Non pensavo che potesse essere affetto da tetraparesi spastica perché, essendo piccolo, non si reggeva ancora in piedi e quindi era naturale che non stesse diritto. Poi capimmo che c’era qualcosa  che non andava e decidemmo di andare da uno da uno specialista. Questo, duramente, mi fece i complimenti dicendomi: “Signora, Lei ha capito subito che Suo figlio non è normale… proprio ieri sera ho visto un documentario della Carlo Erba relativo a un istituto che hanno aperto a Firenze. Ecco, Le consiglio di portarlo in un istituto”. Io andai a vedere questo istituto, parlai con il direttore che mi consigliò di trasferirmi a Firenze e mi disse: “Si prenda una cameretta, così io faccio fare terapia a Suo figlio”. Io pensai che sarebbe stato un danno enorme portarlo via dalla sua casa, dal padre… io fuori di casa e tutto il resto. Nel mio caso sono contenta di non averlo fatto.

Riziero: Le volevo chiedere, signora, in che modo Claudio L’abbia fatta crescere come persona.

Rosanna: Dunque, io sono sempre vissuta in mezzo ai ragazzi, per il mio lavoro di insegnante. Quando ho capito cosa aveva Claudio, lui aveva già più di un anno e io mi sono sentita molto responsabile nei confronti dei miei alunni. Potrà sembrare strano, ma io mettevo prima loro e poi Claudio: quando ero con loro dovevo pensare solo al lavoro, non a mio figlio. Questo pensiero mi ha aiutata, mi ha dato maggior forza per impegnarmi nel mio mestiere con coraggio.

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Testimonianze-Esperienze